Ex Filatura di Torre di Pordenone.

E’ il 1839 quando la ditta triestina Cotonificio Beloz Fratelli & Blanch decide di costruire a Pordenone un grande impianto per la filatura del cotone. Un comprensorio che avrebbe fatto storia, ma che a distanza di tanti anni è diventata una cattedrale nel deserto, abbandonata, semi distrutta e vandalizzata.

La fabbrica viene ultimata nel 1842 e inizia a produrre nel 1843, crescendo in modo esponenziale gli anni dopo, tanto che nel 1866 i dipendenti sono oltre 600. Nel 1895 subentra la Società Anonima Cotonificio Veneziano, che realizza nuove strutture.

Nel 1916 e nel 1917, due incendi mandano in fumo alcuni fabbricati, rapidamente ricostruiti con tanto di ampliamento. Nel 1948 un altro passaggio di consegne. La fabbrica viene acquistata dal gruppo SAICI-SNIA Viscosa, aumenta ancora gli spazi e procede nella vasta produzione.

Come per altri cotonifici in diverse zone d’Italia, poi arriva la crisi. Nel 1984 lo stabilimento venne dismesso. Da allora tutto è stato abbandonato, solo i macchinari interni sono stati rimossi mentre gli edifici sono stati dimenticati al loro destino. Finestre in frantumi, porte divelte, pezzi di muro e di coperture caduti sono ciò che resta della gloriosa realtà produttiva, avvolta dall’ esterno anche da una vegetazione incolta, che si sta lentamente divorando le pareti, interne ed esterne.

Difficile immaginare, guardando questi scenari, che qui un tempo lavoravano a ritmo incessante centinaia di persone. Le uniche “attrezzature” che restano sono rifiuti un po’ ovunque, accumulati nel corso degli anni. Un destino molto simile a un altro cotonificio della regione, di cui vi abbiamo già parlato, l’ ex Olcese di Trieste.

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Ex caserma confinaria Basovizza – Trieste

Non è la prima caserma di confine abbandonata che visitiamo, eravamo anche a Gropada, oltre un anno fa, dove abbiamo documentato la distruzione di un altro edificio, anche se in quel caso il valico era piccolo e all’epoca probabilmente con un traffico limitato. Questa volta invece siamo a Basovizza e la caserma si trova proprio sullo stradone che porta verso la Slovenia. Due gli edifici principali, completamente vuoti, più gli spazi esterni e un rudere distante qualche decina di metri, che ormai è difficile distinguere, tra la boscaglia e i crolli avvenuti.

Entriamo nell’edificio secondario, più piccolo, dove ci troviamo davanti a stanze vuote, pavimenti rovinati, soffitti al limite del collassamento, rifiuti e resti di bivacchi. Porte e finestre sono state spesso distrutte, mentre all’esterno è meglio stare attenti a dove si mettono i piedi, visto che si aprono buchi ovunque. I tombini non ci sono più.

Entriamo quindi nell’ edificio più grande, attraversando un cespuglio di rovi. Tutte le stanze sono vuote, forse gli oggetti rimasti sono stati portati via da incursioni ripetute negli ultimi anni. Questo piccolo comprensorio infatti è abbandonato pare da una ventina d’anni. I bagni sono distrutti, qualche stanza ha il soffitto parzialmente compromesso a causa di infiltrazioni, mentre in un locale è crollato del tutto. Da qui si intravede ciò che resta del secondo piano, al quale si accedeva attraverso una scala dall’atrio. Forse era un luogo di ritrovo, notiamo infatti un caminetto al centro del grande ambiente, dal quale un’ulteriore scala conduce all’ultimo livello, un’unica stanza, con piccole finestre, forse una sorta di vedetta.

Usciamo e nell’area verde di fronte alla guardiola spunta un enorme tavolo con panche, in buone condizioni, probabilmente un’area dove mangiare d’estate, mentre intravediamo nel verde pezzi di muro, forse un magazzino, che in questo caso è quasi interamente crollato.

Quella al confine di Basovizza è soltanto una delle tante caserme dismesse e lasciate in abbandono da anni. Alcune, proprio in questa zona, sono state messe in vendita di recente, sperando forse in un recupero da parte di privati, difficile invece pensare a una ristrutturazione per fabbricati come quello da noi visitato, che dopo tanta incuria ormai pare davvero irrecuperabile. Peccato.

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Gigi ranch

Conosciuto come ristorante, bar e per un periodo anche come una sorta di discoteca all’aperto, il Gigi ranch è da tempo abbandonato, lungo l’arteria che a Trieste porta da Opicina all’autostrada, sull’altipiano carsico.

Difficile capire con esattezza da quanto tempo sia chiuso, ma alcune carte sparse sul pavimento riportano una comunicazione datata 2008, forse l’ultimo periodo di attività del locale. Sull’insegna semi distrutta campeggia ancora la scritta “cucina casalinga”, sì perchè qui si mangiava, anche grazie a un’ampio spazio all’aperto, e d’estate ci si divertiva a ritmo di musica.

Dentro tutto è stato danneggiato, porte e finestre sono aperte e spunta anche qualche bivacco improvvisato, mentre rimane la cucina, anche se divelta e finita in mezzo a polvere, calcinacci e sporcizia.

Uno dei periodi più fiorenti per il locale risale agli anni ’90, quando d’estate ospitava serate che registravano il pienone, si ballava ma sopratutto si stava all’aperto, al fresco, a sorseggiare un drink, una tappa amata da molti giovani.

Negli ultimi anni però qualcosa è andato storto e il Gigi ranch è diventato a tutti gli effetti una discarica, dove agli oggetti che i vandali hanno distrutto nello stesso ex ristorante e poi gettato fuori, si sono aggiunti pnumatici, scarti edili e altre attrezzature probabilmente abbandonate da chi, approfittando dell’area verde retrostante all’edificio, si è liberato di immondizie di ogni tipo senza troppi pensieri.

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Ex Officine Laboranti

Un immenso comprensorio abbandonato tra degrado e atti vandalici. Sull’altipiano carsico, tra palazzine e grandi capannoni, ci sono le ex officine meccaniche Laboranti. L’azienda, fondata nel 1945, impegnata nel settore del restyling e della manutenzione dei convogli ferroviari, negli ultimi tempi si occupava anche della bonifica delle vecchie carrozze ferroviarie dall’amianto.


Nel 1945 aveva ha iniziato il rapporto con le Ferrovie dello Stato con un contratto di appalto per la manutenzione di veicoli ferroviari. Allo stesso tempo vennero stipulati diversi accordi con società private proprietarie di carri serbatoio, per eseguire le revisioni periodiche e le modifiche al fine di adeguarli alle richieste tecniche per la circolazione sulla rete ferroviaria europea. L’ attività esclusiva proseguì sino alla fine degli anni ’80 quando, per diversificare l’attività, vennero ampliati i settori della carpenteria, della costruzione di impianti e delle manutenzioni industriali.

La data esatta della chiusura è difficile da reperire, si sa però che nel 2010 la crisi era già forte. Il Piccolo all’epoca scriveva “Da nove mesi senza lavoro e da oltre tre senza un euro: è la situazione in cui si trovano a causa di una forte crisi di commesse i 25 dipendenti delle Officine meccaniche Laboranti. Da dicembre l’attività dell’azienda è pressoché azzerata dopo aver funzionato per sei mesi a ritmi ridotti. I lavoratori, 19 operai e 6 impiegati, sono passati dalla cassa integrazione ordinaria a quella straordinaria, ma da oltre tre mesi non vedono un euro”.


In un altro passaggio dell’articolo erano gli stessi lavoratori, a spiegare il momento di difficoltà patito. “Abbiamo eseguito manutenzione e riparazione – dicevano – di veicoli ferroviari passeggeri, merci e locomotori assicurando professionalità e qualità a tutti i cittadini che in sessant’anni si sono serviti dei treni. Da alcuni anni però Trenitalia fa riparare i veicoli ferroviari da società estere o nazionali che praticano il dumping attraverso i subappalti favorendo i propri profitti a scapito della qualità del servizio e della sicurezza degli utenti. Con la stessa logica i veicoli ferroviari regionali vengono fatti riparare e revisionare altrove”.

Al momento le officine, la palazzina uffici e tutti i capannoni sono stati fortemente danneggiati da atti vandalici. Dentro restano ancora carte, contenitori e documenti che appartengono agli ultimi anni di lavoro, e ancora qualche mobile, mentre tutte le attrezzature ormai non esistono più.

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Ex hotel-ristorante Paradise – Trieste

L’hotel – pizzeria Paradise è solo l’ultimo di una serie di alberghi abbandonati che abbiamo incontrato sul nostro cammino a Trieste. Si trova a San Dorligo della Valle, dimenticato da anni al suo destino tra porte e finestre distrutte, buchi nei muri, il giardino diventato ormai una giungla, atti vandalici a più riprese, cartelli gettati a terra, ancora con l’ insegna che indicava la sua destinazione.

L’edificio si affaccia sul verde, in un ambiente tranquillo, e le notizie sul suo lento oblio scarseggiano. Pare sia chiuso da una decina di anni e da alcune voci sembra fosse destinato a diventare un piccolo condominio, progetto poi tramontato. Almeno per ora.

La palazzina, di modeste dimensioni, si trova sullo stradone che porta a San Dorligo della Valle e sono tanti i triestini che nel tempo, transitando con l’auto, si sono chiesti come mai si fosse ridotto in quello stato. Alcuni lo ricordano anche come ristorante-pizzeria, dove si fermavano a mangiare. Ormai non resta più nulla, tranne qualche letto, i sanitari distrutti, graffiti alle pareti, che in molti punti sono pesantemente danneggiate e mostrano i segni di chi è passato e ha probabilmente infierito sulle stanze già rovinate dagli agenti atmosferici.

Finora ne abbiamo incontrati tanti di alberghi vuoti o semi distrutti, su tutti l’hotel Obelisco a Opicina o il Belvedere a Sistiana, ormai quasi ruderi. Se la passa meglio l’hotel Montedoro a Muggia, completamente sbarrato mentre vi abbiamo già documentato lo stato dell’ex motel Agip di Duino, abbandonato ancora con tutti gli oggetti all’interno e ormai da anni dormitorio improvvisato di sbandati e senzatetto. Un hotel con tanto di ristorante l’abbiamo trovato anche in Friuli, in un piccolo paese, e ancora a Grado.

Sorprende spesso notare i letti, i tavoli, le cucine, gli spazi comuni, dove un tempo sono passati turisti italiani e stranieri, stupisce come mai tutto sia stato lasciato lì, senza pensare nell’immediato a un progetto di conversione e non si capisce il perché i locali non siano stati almeno svuotati. Peccato.

Ex meccanografico – Trieste

Di fronte al cimitero, in via dell’Istria, a Trieste, c’è un enorme comprensorio da tempo in abbandono, conosciuto come ex meccanografico. Difficile reperire informazioni precise e qualche mese fa i primi che abbiamo interpellato sono stati alcuni lavoratori della zona. “Una quindicina di anni fa è stato tutto chiuso – ricorda una persona – è arrivata una ditta di traslochi che ha portato via tutti gli arredi, mobili in buono stato, tanto che anche noi della zona ne abbiamo acquistati alcuni. Poi il silenzio. C’è stato qualche sopralluogo, ma niente di più. Abbiamo notato continue incursioni, basti pensare che la catena che chiude il cancello è stata forzata almeno una quindicina di volte. Sono stati chiamati anche i carabinieri, anni fa, per la presenza di gente all’interno. E’ un gran peccato che qualcosa di così grande sia chiuso e abbandonato. Da tempo non vediamo nessuno nemmeno per la manutenzione ordinaria. Le voci che girano è che ci sia molto amianto all’interno e che questo precluda la possibilità di nuove attività”.


Un’ipotesi, quella della presenza dell’amianto, che ci racconta anche un residente. “Chi è riuscito ad entrare, tempo fa, dice che in alcune sale ci sono anche cartelli evidenti, che avvertono dell’esistenza di materiale in amianto – spiega – per il resto esternamente sembra sia ancora un edificio in buono stato, le finestre sono integre, il complesso grande e senza danni. Ricordo che all’interno c’è un grande auditorium e tanti uffici, ormai rimasti vuoti”. Un altro cittadino ci scrive un messaggio su Facebook. “Da non dimenticare che è anche una struttura dotata di ampi spazi per i movimenti di mezzi imponenti – sottolinea – qui entravano tir e camion che potevano raggiungere senza difficoltà il piano terra e depositare la merce”.

La struttura, a vari piani, ospitava uffici, sale riunioni e pure un ampio auditorium attrezzato come ricordano alcuni. Tutto ormai abbandonato, meta ripetuta di incursioni che hanno danneggiato tutto dentro e fuori, tra atti vandalici e vernice spray.


Qualche mese fa in una trasmissione televisiva, un assessore comunale ha dichiarato che l’edificio è ora di proprietà del Comune di Trieste. Resta da capire se è prevista una bonifica dell’amianto, se ci sarà una vendita per alienare tutto, come successo per altri beni, o se ci sarà l’ipotesi di un riutilizzo. Per il momento tutto tace.

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Rudere di campagna

Quante volte percorrendo autostrade o altre vie fuori dai centri abitati, avete notato quei grandi casali abbandonati in mezzo ai campi. Ex fattorie, che un tempo servivano proprio alle famiglie che vivevano in campagna, tra raccolti e bestiame. Nel tempo la maggior parte degli edifici si sono gradualmente spopolati, rimasti chiusi, abbandonati, in alcuni casi diventati veri e propri ruderi, che cadono a pezzi.
Qualche mese fa, cercando un bene dismesso in regione, ci siamo imbattuti proprio in uno di questi grandi casali nel verde, dimenticato chissà da quanto tempo, tanto da essere avvolto da una fitta coltre di alberi e cespugli.

Abbiamo deciso di avventurarci all’interno e ci siamo trovati davanti a un edificio completamente aperto, con porte e finestre rotte. Da una parte una zona riservata agli animali, ai mangimi e forse una sorta di deposito, dall’altra la parte abitativa, diversi piani con tetti e solai parzialmente crollati. Dentro ancora qualche segno della vita passata, sedie, mobili semi distrutti caduti a terra, qualche vestito, oggetti di quotidianità, ormai calpestati da vandali o altre persone che nel corso del tempo si sono avventurate in questo rudere.

Fa tristezza pensare che forse una volta ospitava una famiglia che qui, in mezzo ai campi, viveva e coltivava la terra, in uno spazio probabilmente vivace, vista anche la grandezza dell’edificio, composto da un piano terra dove trovavano posto la cucina e altri spazi conviviali, e due piani al di sopra con le camere. Fuori, tra rovi e cespugli incolti, si notano ancora tanti alberi da frutto, una sorta di perimetro a quello che forse era un cortile esterno, antistante la porta principale.

Tempo fa a livello nazionale erano state lanciate alcune idee proprio per rilanciare i casali abbandonati, ma in tante regioni recuperarli, viste le pessime condizioni in cui troppi si trovano, nulla è stato fatto.

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La straordinaria storia dell’albergo dei record Haludovo Palace Hotel

LA NASCITA DELL’HALUDOVO PALACE HOTEL: Era stato pensato come un paradiso dei divertimenti come mai realizzato prima in quel territorio. Una sorta di oasi del benessere tra mare, piscina, locali di intrattenimento, centri estetici, bungalow, suite e altri spazi super lussuosi. Compresa una buona dose di eros, dispensato tra massaggiatrici e ragazze con abiti succinti ad accogliere gli ospiti senza troppi misteri…Il tutto per attirare turisti ricchi e con la voglia di darsi alla pazza gioia.

Parliamo dell’enorme complesso “Haludovo Palace Hotel ” sull’isola croata di Krk, abbandonato da una trentina d’anni e con una storia incredibile alle spalle. A partire dall’investimento iniziale. 45 milioni di dollari. Che negli anni ’70, quando l’idea iniziò a prendere forma, erano una cifra pazzesca, tanto più per l’isola. Come pazzesca era la struttura progettata e poi realizzata. E sul web si trovano ancora foto dell’epoca, di quando il mega hotel venne aperto.


L'”Haludovo Palace Hotel” ed il “Penthouse Adriatic Club Casino” vennero inaugurati nel 1972. In oltre 3 anni di costruzione prese vita una vera e propria cittadina, con accesso al mare e con ogni tipo di servizio. Tutto ora è in stato di abbandono e pesantemente danneggiato. Ma all’epoca era stato curato con rifiniture di pregio. C’erano diverse piscine, interne ed esterne, oltre alla spiaggia e al lungomare, e poi una pista da bowling, giardini, aree fitness e wellness, spazi sportivi, ristoranti, bar, un salone di bellezza, un piccolo villaggio accanto al mare con annesse ulteriori attività per gli ospiti. Il tutto circondato da una voluta opulenza che si traduceva nella presenza di statue, dipinti, enormi lampadari, mobili pregiati.

IL SOGNO DEL MAGNATE: Sono gli anni ’60 quando il milionario e re del porno Bob Guccione fa tappa sull’isola di Krk , nell’allora Jugoslavia . Durante il suo soggiorno prese forma il sogno di costruire lì la sua nuova avventura, che univa insieme la sua voglia di fama e notorietà e il desiderio di realizzare qualcosa che mai si era visto in quelle zone. Partì così il mega investimento, che poi venne gestito formalmente da una società statale di Rijeka ma fu lui a dettare le regole. L’inaugurazione segnò la prima di una serie di sontuose feste, dove scorrevano fiumi di champagne. E i party memorabili continuarono almeno per un anno, tra hotel, casinò e penthouse. Pare che la hall dell’albergo fosse il biglietto da visita da cui si percepiva subito lo spirito voluto da Guccione, con un ambiente enorme, lussuoso, dove i clienti venivano accolti da ragazze in mini abiti da cameriere.

OSPITI FAMOSI: qui soggiornò anche Sadam Hussein, in una delle suite più lussuose dell’hotel. Tra i vari ospiti non tutti vennero alla luce, in un luogo di perdizione molti restarono nell’anonimato, ma il via vai di nomi noti pare fosse molto vivace. All’Haludovo arrivarono influenti uomini del mondo politico internazionale, insieme a tanti volti noti.

RAPIDA ASCESA, RAPIDISSIMO TRACOLLO: è stato più lungo il tempo di costruzione del complesso che il tempo del suo splendore. L’hotel rimase nel pieno della sua attività soltanto un anno. Poi il lento ma inesorabile declino, a causa dei costi esorbitanti di mantenimento. Nel 1973 “Haludovo” fallì. Solo un anno dopo il sontuoso avvio. Rimase aperto ancora una ventina d’anni circa, senza riuscire mai a risollevarsi economicamente. Nel frattempo pure le sorti del suo “papà” non furono idilliache e il magnate fondatore morì in difficoltà finanziarie nel 2010, negli Stati Uniti.

Al momento è un sito fantasma, dove rimane lo scheletro di alcuni fasti passati, che si intravedono nell’enorme hall, parzialmente intatta, nella pista di bowling ormai distrutta, nelle varie piscine e nei tantissimi ambienti che ancora mostrano chiaramente un’ opera tanto faraonica quanto sfortunata.

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Ex mulino Variola – Cervignano

L’ex mulino Variola, a Cervignano, originariamente di proprietà della famiglia Fabris, è stato edificato agli inizi del XX secolo.

Nel 1932 la proprietà passa ufficialmente ai Variola, che decidono di portare a Cervignano il loro secondo centro di molitura. Il complesso è composto da: il silos, il mulino per grano e quello per mais che negli anni ’50 diventa magazzino per farina. Le materie prime arrivano da diverse zone, vengono sistemate nel silos per passare poi alla lavorazione e al prodotto finito che viene spedito in tutto il mondo dal porto di Trieste. Negli anni ’70 lo stabilimento subisce alcuni interventi di ammodernamento e continua a produrre con ottimi ritmi, fino al 1990, quando viene dato in affitto ad un’altra società, che lo gestisce per tre anni. Nel 1993 l’attività smette. Da allora viene abbandonato, nonostante progetti di riqualificazione presentati ma mai decollati. L’area è enorme, 27mila metri quadrati.


Secondo una scheda tecnica reperibile in rete, i manufatti del sito sono tre principali più altri minori. I grandi sono il mulino da grano, quello da mais e il silos, figurano poi la villa del direttore, la portineria e la palazzina degli uffici.
Sempre secondo la scheda il mulino era alimentato in passato con l’elettricità in parte acquistata e in parte prodotta grazie all’energia idraulica.


Nel 1959 a Cervignano venivano realizzate farine speciali ad alto tenore di glutine; farine per pane e per biscotti; crusche; cruschelli e farinacci per alimentazione bestiame. Negli anni ’60 erano impiegati circa 50 operai, il mulino lavorava a ciclo continuo e produceva giornalmente 124 tonnellate di prodotti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale i Variola costruiscono a Trieste un terzo mulino diventando così i veri leader del settore in Fvg.
Il lento declino e il degrado arrivano poco alla volta, a causa di una generale mancanza di manutenzione e controllo del sito, dopo la chiusura dell’attività.


Agli inizi del 2000 un incendio distrugge la copertura a falde, sorretta da una struttura in legno, e i solai del corpo posto lungo la roggia e addossato a Nord-Est del mulino da grano, comunicante con i locali della centrale idroelettrica.
A giugno 2008 Il Piccolo parla di una nuova vita per l’ex mulino con un progetto che potrà prevedere una sorta di mini paese al posto della realtà produttiva, la possibilità di realizzare interventi residenziali, per servizi e attrezzature sociali e di artigianato e ancora strutture ricettive e pubblici esercizi, uffici pubblici e privati, attrezzature collettive, come palestre e centro benessere, attività commerciali. Nel rispetto di alcuni vincoli esistenti. Si ipotizzano anche aree verdi, parcheggi e piste ciclabili.


Il giugno del 2012 scoppia un principio di incendio, solo il tempestivo intervento dei pompieri limita le fiamme e di nuovo si parla dell’esigenza di recuperare il sito. Esiste un progetto, viene ricordato, di un privato, in accordo con il Comune, ma bloccato da intoppi burocratici.
A dicembre del 2013 ne parla il Messaggero Veneto dopo aver ricevuto una mail dei residenti che lamentano lo stato di degrado in cui versa la zona e anche il canale adiacente. Chiedono a gran voce un intervento immediato di pulizia e messa in sicurezza.


Nel marzo del 2015 tornano a farsi sentire i cittadini che segnalano danneggiamenti nella zona, da parte di chi occupa abusivamente l’ex mulino. La gente chiede vengano murati gli ingressi o che si preveda un sistema di protezione per evitare i bivacchi e il via vai indisturbato di persone, soprattutto nelle ore notturne.
A marzo 2016 il Messaggero Veneto raccoglie nuovamente le proteste degli abitanti della zona, che segnalano bivacchi notturni all’interno della struttura, atti vandalici e soprattutto un’invasione di ratti, portata anche all’attenzione del Comune.
Per il momento tutto è sempre in uno stato di abbandono e degrado.

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Portineria ex opp

Nel 1908 viene inaugurato a Trieste l’ospedale psichiatrico cittadino, situato all’interno del Parco di San Giovanni. L’edificio che vedremo oggi era l’ex portineria, diventata poi negli anni ’50 un’autorimessa per cadere poi nell’oblio e nel degrado.

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Negli anni Settanta il Parco è cambiato, si è realizzata una rivoluzione di portata internazionale nel campo della psichiatria, grazie a Franco Basaglia e ai suoi collaboratori. L’ospedale e il Parco si sono aperti alla città. Nel tempo molti degli edifici all’interno sono stati ristrutturati e recuperati con diverse funzioni, laboratori, scuole, musei, luoghi di aggregazione e non solo. Ma questo fabbricato qui è stato dimenticato.

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Ci troviamo davanti a un rudere, che cade letteralmente a pezzi, sembra quasi una vecchia casa di campagna, un immobile composto da più parti, tra spazi esterni e interni. Invece ha una storia importante alle spalle. La sua costruzione risale al 1882. Fu utilizzato prima come portineria, quindi ingresso ufficiale del comprensorio, poi come deposito per i mezzi. Secondo la scheda tecnica del Comune di Trieste, che ne risulta l’attuale proprietario, è composto da tre corpi edilizi e tre livelli, anche se crolli e danneggiamenti rendono impossibile capire la struttura originale.

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Quello che si sa dalla storia del sito a livello strutturale è che c’era un edificio a due ali laterali mentre un ampio portone conduceva al parco retrostante. Al momento tutto è in uno stato di profondo degrado, con il tetto crollato in diversi punti, calcinacci ovunque, porte divelte, il verde che copre alcune facciate quasi interamente, tra terrazzini in precario equilibrio e travi precipitate al suolo.

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Cosa sia successo anno dopo anno è difficile da capire, ma una cosa è certa, qui da tantissimo tempo non esiste manutenzione, controllo e ovviamente interventi di ripristino o pulizia.

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L’ultima verifica del Comune di Trieste, come mostra lo stesso sito dell’amministrazione, è datata 2005 e definiva lo stato dell’immobile “pessimo”, figuriamoci 12 anni dopo….

 

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