Ex caserma e valico

Un ciclista pedala sul Carso, arriva in una strada, per proseguire poi lungo un sentiero, ma si ferma davanti a una serie di edifici piuttosto malconci, abbandonati e completamente aperti. Si incuriosisce e ci segnala il sito.
Arriviamo in fondo a una strada deserta, senza via d’uscita, in un sito che sembra dimenticato da tutti. In un’altra dimensione. Da anni. Nessun segno dell’originale destinazione e francamente è impossibile capire subito che si tratta di un’ex caserma. Nessun cartello, nessun segnale, il cancello di ferro aperto e dentro erba incolta e arbusti ovunque. Tra il verde anche qualche schermo di televisore gettato qua e là. Dietro l’edificio un’enorme cisterna, chissà che utilità aveva in passato.

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Ci accorgiamo, guardando dentro le finestre, che in parte la palazzina è stata usata come rifugio per senzatetto e che i vandali ci sono entrati a più riprese (qualcuno anche di recente, vista una sdraio apparentemente nuova), notiamo inoltre alcune ampie zone annerite, segno di un incendio piuttosto vasto, e parti del soffitto puntellate, a rischio crollo, proprio dove le fiamme sono divampate probabilmente con maggior forza. Giada con il suo obiettivo cerca di cogliere quanto più possibile ogni angolo, rispettando chiaramente le limitazioni esistenti, anche perché questo rudere ci sembra messo male. Noi intanto consultiamo il web e cerchiamo notizie su questo edificio, che è collegato ad una casupola diroccata poco distante e all’ex valico confinario, ridotto ormai a due piccole strutture-colaborodo, devastate e usate come discarica.

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Si tratta di un’ex caserma della Benemerita, un tempo fondamentale proprio perché si trovava sul confine con l’ex Jugoslavia. ci guardiamo attorno. Finestre divelte o totalmente inesistenti, pezzi di vetri e intonaci caduti ovunque, la porta d’ingresso forzata, le tegole precipitate a terra e anche qui vandali che nel tempo hanno distrutto ogni cosa.

Dentro non è rimasto più nulla. Sembra piccola vista da fuori, in realtà l’area della caserma ha una superficie complessiva di 2.590 metri quadrati.
Lasciata l’ex caserma, dopo qualche metro, c’è un piccolo edificio diroccato, il cui utilizzo passato resta un mistero. Non lo è invece quello che vediamo poco più avanti, due piccole strutture, l’ex valico di frontiera, che qualcuno di recente deve aver scambiato per una discarica, gettando un po’ di tutto, in particolare scarti edili. E spunta anche un’enorme trolley, nuovo, vuoto, com’è arrivato qui? Mah.

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Torniamo davanti all’ex caserma. E’ del 2014 la notizia che, insieme ad altri edifici, è stata “smilitarizzata” con la sigla di un accordo di livello nazionale e “sdemanializzati”. Il destino? Per ora non si sa e da quanto sembra nessun intervento di pulizia o messa in sicurezza sembra sia stato attuato da anni. Nel frattempo c’è qualcuno che la occupa……i nuovi inquilini sono un gruppetto di pipistrelli.

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Ex cotonificio

In uno degli edifici principali c’è ancora un cartello, che mostra la figura di un’operaia che spinge un carrello e alcune indicazioni da seguire. Sì perché in questo ex cotonificio ci lavoravano soprattutto donne, nei tempi d’oro, quando lo stabilimento aveva una produzione importante e faceva parte di un gruppo che contava su altre sedi in Italia. Ora di quel polo industriale restano edifici bui, stanze imbrattate, ambienti dimenticati.

Ci accompagnano nei meandri di questo sito enorme, il più grande in disuso che finora ho visitato. Si tratta di un’area di ben 28mila metri quadrati. Infinita…. Saliamo prima in una palazzina di sei piani, dove trovavano posto gli uffici Olcese, poi ci spostiamo in un capannone con due piani, da 5mila metri quadrati ciascuno, e successivamente in altri tre ulteriori edifici, in uno spazio produttivo, in quello che doveva essere un ampio magazzino e in un’officina. Fuori ci sono ancora garage e ulteriori magazzini.

Iniziamo esplorando il piazzale d’ingresso e poi il viale che conduce agli uffici, sempre più divorato dalla vegetazione. Saliamo nell’edificio di sei piani e notiamo con amarezza, ma senza troppo stupore, che la porta d’ingresso non c’è più e i vandali a più riprese hanno distrutto tutto. E’ probabile che si siano portati via anche gli arredi, perché vediamo sedie e pezzi di divani e scrivanie. Sui muri scritte ovunque e sulle scale i resti di un incendio che, mi dicono, era stato appiccato per rubare rame. Il vano ascensore è un immondezzaio, ma il cartello che indica la funzionalità di ciascun piano, uffici, amministrazione ecc., è intatto, perfetto. Surreale.
Entriamo in una stanza dove dal soffitto penzolano decine di fili e in fondo vediamo qualche bivacco e letto di fortuna. Come in altri posti anche qui ci hanno dormito. Arriviamo quindi in uno stanzino piuttosto integro, sembra una segreteria. Su un ripiano in una bacheca è ancora appeso un elenco di “numeri utili”, in parte caduto a terra, dove spunta anche un calendario, fermo a dicembre 2005. Continuiamo a salire e gli scenari non cambiano in ogni piano, tutto distrutto, tutto rovinato e imbrattato. All’ultimo piano la vista è a 360 gradi e pure in questa stanza non resta niente di integro, finestre comprese, rimane solo un grande scrivania e qualche cassetto, tutti pesantemente danneggiati.

Entriamo in un secondo edificio, qui c’è ancora un’ enorme struttura ad imbuto (difficile capirne l’utilizzo originario) e il cartello con le indicazioni che le operaie doveva seguire “I carrelli non si tirano, si spingono”, con la silhouette di una donna intenta a spostare i carrelli, vicino a una rampa, dove probabilmente venivano caricati i camion, che poi uscivano dallo stabilimento (alcuni container sono ancora fuori all’aperto). Per il resto è tutto vuoto e buio pesto. Risaliamo su una scala e ci infiliamo in un lungo corridoio di lamiera, un tunnel esterno, suggestivo, che ci conduce a un altro edificio, dove vedo un ambiente grande e sulle pareti, a sorpresa, è rimasto ancora cotone. Appiccicato. A terra sono visibili ancora alcune vasche e da un lato un montacarichi fermo.
Sul muro ci sono ciuffi morbidi, ovunque, ricoprono anche il soffitto, completamente, gli ultimi segni che mostrano la passata storia di quel luogo spettrale.

Torniamo nel cortile per visitare anche alcune officine e i garage. In una stanza sbuca un paio di sci, piuttosto datati, e ancora un quadro, sembra un disegno di un bimbo fatto per un genitore che lavorava proprio lì e che forse nel trambusto della chiusura della fabbrica è stato dimenticato da un impiegato.

Le sorprese non sono finite. E’ un magazzino con due ambienti, anche questo enorme, con alcuni grossi ganci che pendono dal soffitto e una lunga scala con le ruote, che di sicuro è li da svariati decenni. Appena fuori dall’ingresso qualcuno ha divelto un portone e portato all’esterno un macchinario pesante, ma chiaramente inutilizzabile.

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Ex fabbrica

Come per l’ex bagno già trattato, anche l’immobile di cui vi parliamo oggi è quasi completamente nascosto dalla vegetazione, in una via piuttosto trafficata. Poco si vede dalla carreggiata ma l’area ha una superficie totale di oltre 16mila metri quadrati. Enorme. Si compone di una palazzina uffici, con ampie vetrate, magazzini, officine e uno spazio meraviglioso, coperto da ampie volte, che probabilmente era il cuore pulsante di questa grande fabbrica. Accanto all’edificio principale passava la linea ferroviaria, tuttora visibile anche se completamente avvolta da rovi ed erbacce.
Ma cos’era originariamente questa struttura ormai fatiscente? Le informazioni che siamo riusciti a reperire, almeno per il momento, sono piuttosto scarse. Pare fosse un’attività che si occupava di costruire e riparare container, ma anche macchinari destinati al settore marittimo, trasportati nelle zone portuali una volta usciti dalla fabbrica, che risale ai primi anni ’70. Si trattava di prodotti ingombranti, che quasi sicuramente venivano realizzati proprio sotto quelle ampie volte, dove qualche cavo pende ancora dal soffitto, mentre alcuni tunnel nel pavimento ci fanno intuire uno spazio simile a quello presente in molte officine meccaniche.
All’interno non resta più nulla, pochi segni di un passato che pensiamo sia stato comunque glorioso, considerando l’ampiezza dello stabilimento. Ci fermiamo come sempre a immaginare quale fermento poteva esserci in un posto così articolato, con gli uffici e i magazzini che si affacciavano nella zona operativa. Chissà quante persone qui ci lavoravano ogni giorno, nei tanti ambienti presenti.. Dal lato sinistro dell’edificio probabilmente la merce veniva disposta sui treni, con le rotaie ancora presenti, mentre dietro, nel vasto parcheggio, arrivavano i mezzi pesanti, dall’entrata a destra dell’edificio principale.

E’ tarda mattinata, pieno giorno, luce potente. Passano auto, bus, moto, persone dirette agli esercizi vicini ancora aperti. Nessuno lo nota, questo enorme complesso divorato dalla vegetazione. E se lo notano beh, sanno nascondere molto bene. Costeggiamo l’ormai verde edificio. Siamo basiti ancor prima di entrare. Ci avviciniamo, si intravede lo scheletro di una struttura gigantesca, pochi alberi da superare ed entriamo, rimanendo a bocca aperta: la luce fortissima che penetra dalla mancante copertura centrale dei capannoni, soprattutto la foresta che è cresciuta all’interno di quella che un tempo era una fabbrica. Quanto spazio. Quante piante. E che casino. E’ un delirio dal primo all’ultimo passo. C’è qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo non è rimasto nulla. Pazzesco. Un’occhiata dalla cima di una scala arruginita, per rendersi conto anche da un altro punto di vista dello spreco e dello scenario da giungla. Jumanji a Trieste. Questo però purtroppo non è il celebre film con il suo gioco in scatola (e Robin Williams), è roba vera, sta sotto i nostri occhi. Immagini la quotidianità di una fabbrica e vedi qualcosa che somiglia più all’Amazzonia. Viene da pensare che questo posto è situato di fronte alla sopraelevata, ha una fermata dell’autobus distante due metri. C’è un piazzale a pochi passi e la smisurata area incolta sul retro. Attorno a noi, industrie ed esercizi diurni. I concerti troppo “chiassosi” per il centro cittadino, perchè non farli qua? Giusto per buttare sul tavolo una delle fiches a disposizione che fidatevi, sono tante. Basta immaginare. Saremo visionari, chissà. Senza dimenticare che questo caos è dotato non solo dei capannoni, ma anche di tre lati calpestabili, due piani ciascuno. Pure. Gli interni, naturalmente, sono in linea con l’ex cuore pulsante della fabbrica. Le piante crescono senza ordine ne controllo appena fuori, dentro regna la devastazione più totale. Finestre e serramenti assenti da chissà quanto, molti punti luce si stanno progressivamente allargando, complice la caduta dei mattoni che li delimitano. Pavimenti sconnessi, inclinati, crepati, distrutti. Qualche frammento dell’attività che fu, trovando delle cassette in legno piene di pietre e calcinacci. Una scritta sul lato di una di queste ci riporta in un lampo al passato, la commissione di un lavoro da parte di una ditta di Roma. Altri tempi, rabbia e vergogna guardandosi attorno ora. In fondo a uno dei corridoi un’ampia scala a chiocciola senza più corrimano ne barriere di alcun tipo, a dominare un portone d’ingresso che non c’è più, ridotto in mille pezzi a pochi passi. Ci avviciniamo a questo rudere e si, passano le auto a due metri da noi. Non solo, la recinzione non nasconde completamente la chiara presenza della fermata dell’autobus. Voltiamo le spalle alla strada guardando di fronte a noi. Ci restano ancora due grandi saloni e il piano superiore, dai soffitti ruggini di quelli che una volta erano elementi utili ad una produzione. Ora il nulla più totale, mentre pareti e soffitti si sgretolano progressivamente. A terra calcinacci, oggetti che testimoniano ripetute visite anche in tempi recenti, ammassi di cavi denudati del loro contenuto e lasciati a terra, come camere d’aria sgonfie. Nell’angolo una stanzetta in condizioni pietose, con un pertugio aperto sul soffitto ed una scala che proietta al tetto dei capannoni. Il tetto è ridotto a brandelli, pezzi di copertura saltati, depositi di materiale tra le varie arcate, sensazioni di tossicità, instabilità e disgusto. Un’ultima occhiata all’enorme giungla, la cui base è discarica per bidoni, taniche, pneumatici, pezzi di elettrodomestici, scarpe, bottiglie, batterie di auto, chi più ne ha più ne metta. L’inquietante scheletro di una seggiola piazzata nell’unico punto veramente piano dei capannoni, di fronte alla quale sono posizionati un bidone, una panca di fortuna e pezzi di vetro e legno.

L’architettura industriale è affascinante, la struttura di questa fabbrica è incredibile e come sempre lascia senza fiato. Possibile che anno dopo anno si sia ridotta in queste condizioni? Possibile.

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VIDEO2: https://www.youtube.com/watch?v=Ddw8FiRDAbg

Ex park hotel

Un baluardo del degrado triestino. Costruito a fine ‘800 come Stazione di Posta, dove era fissato il cambio dei cavalli del servizio postale, dai primi anni del ‘900 diventa un albergo, più volte ampliato.
Tutto è stato completamente abbandonato dal 1985, danneggiato a più riprese e oggetto di una lunga serie di progetti mai partiti. Tra albergo, spazi verdi e complesso retrostante, dotato di piscina e campi sportivi, ha una superficie complessiva di ben 61.918 metri quadrati. E sono tanti! Il periodo di maggior splendore risale agli anni ’70, quando l’ampia terrazza ospitava momenti conviviali ed eventi, davanti alla splendida vista aperta sul golfo.
E sì che con quel panorama, nelle fresche serate estive, c’è chi ricorda splendidi aperitivi, feste e semplici momenti conviviali e nel complesso sportivo giornate di sole in piscina, tornei di tennis, musica e intrattenimenti. Cos’è rimasto? L’hotel è un colabrodo, tra pezzi distrutti, infissi divelti, buchi dovuti ad incursioni rattoppati con mattoni, la piscina piena di acqua melmosa, che racchiude rifiuti di varia natura. Tutto ciò che era rimasto, e qualcuno parla di mobili e suppellettili, è stato rubato a più riprese. Anche qui ci colpisce in modo negativo il tracollo mai frenato. Fantastichiamo guardando soprattutto il complesso sportivo, qui davvero si potrebbe fare di tutto, un centro per i ragazzi, per società sportive, per feste private. Invece niente è ormai recuperabile.

Negli anni le ipotesi di riutilizzo sono state tante, così come le proprietà che si sono alternate nel corso del tempo. C’è chi voleva farne di nuovo un albergo, chi voleva stravolgere completamente l’originale destinazione, chi sperava di trasformarlo nella foresteria per la Sissa. Alla fine degli anni ’80 correva la voce che pure il re delle diete Mességué aveva puntato all’ex hotel per farne un centro benessere. Niente di niente.
Di sicuro c’è che all’interno sono stati girati film dell’orrore, ci sono stati set fotografici improvvisati ed è stato rifugio per senza tetto, per molti anni.

Ex stabilimento balneare

Il nostro viaggio inizia da un ex bagno. E’ un luogo che per anni è stato un punto di aggregazione e divertimento per centinaia di persone e c’è chi, tra noi, conserva ricordi d’infanzia, proprio in queste piscine, dove ormai tutto è abbandonato da oltre vent’anni.
Il comprensorio è completamente oscurato da alberi e una fitta boscaglia. Dietro però nasconde uno spazio di ben 16mila metri quadrati, che soprattutto tra gli anni ’70 e ’80, fino ai ’90, era vivacissimo.

Il bagno è costituito dal piano terra, dal quale si accedeva direttamente dalla strada, con stanze e servizi, da un’ ampia zona piscine soprastante, tuttora visibile, con una vasca olimpionica, una piscina più piccola per i bambini e una zona adibita a spogliatoi. Collegata all’area una palazzina di tre piani, che un tempo ospitava bar, ristorante, solarium, ulteriori spogliatoi e zone relax, oltre ad una serie di terrazze affacciate sul mare. Dietro ancora giardini e aree verdi.

Le recinzioni, più volte erette in passato, sono state divelte o non esistono proprio e le incursioni sono state tante. Dentro si notano bivacchi di chi ha dormito, mangiato e sporcato, scritte e disegni sui muri e dentro la piscina, oggetti di ogni tipo gettati nella vasca, dove da un ristagno d’acqua emergono arbusti, immondizie e un pezzo del vecchio trampolino. Ci sediamo e lasciamo correre i pensieri, davanti a un vero e proprio monumento al degrado. La palazzina è imponente, tutta affacciata sul mare, la piscina è enorme, così come sono gli spazi circostanti. Tra ricordi personali, testi letti e foto del passato, cerchiamo di immaginare il complesso com’era un tempo. Vediamo la piscina affollata di gente che nuota e si tuffa, poco più dietro la piscina dei bimbi, con tanti piccoli che giocano nell’acqua bassa e tutto attorno sdraio di chi si gode il sole. Al primo piano il bar, dove sorseggiare un drink o mangiare un boccone o ancora più su, la gente affacciata nelle terrazze sul mare che chiacchiera, che balla a ritmo di musica, tra semplici giornate di sole o feste e appuntamenti mondani. Ci sembra quasi di sentire i rumori, le risate, il clima di allegria.

Poi ci rendiamo conto che domina invece un gran silenzio, rotto solo dal rumore delle auto che passano nella strada sottostante. Tutto è grigio, nessun bagnante intento alla tintarella, nessun bambino che gioca divertito, solo cemento, macerie, erbacce e rifiuti.
Restiamo affascinati, ma allo stesso tempo sorpresi, possibile che in tanti anni nessuno sia riuscito a riportare a miglior vita questo straordinario edifico? Possibile.

Certo non siamo i primi e nemmeno gli ultimi che parleranno del destino dell’ex stabilimento balneare.

In passato c’era stata anche un’occupazione abusiva, che aveva richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, ma non è rimasto un caso isolato. Sbirciando da alcune finestra si notano a terra una grande quantità di vestiti, borse e avanzi di cibo, segno che qualcuno, anche recentemente, ha frequentato l’area.

Tanti i progetti annunciati o ipotizzati negli anni, vendite all’asta andate deserte, proposte fantasiose per far rinascite il sito, idee di enti pubblici e privati, ma di fatto nulla per ora è accaduto.
Per noi l’ex bagno è la prima di una lunga serie di beni abbandonati, di luoghi dimenticati, di opportunità sprecate.

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Triesteabbandonata, come inizia il viaggio?

Il nostro viaggio inizia qualche mese fa, un po’ per caso, con uno scambio di chiacchiere virtuali su Facebook e un’idea che ci accomuna: vogliamo mostrare ai cittadini, e non solo, l’enorme quantità di beni abbandonati, pubblici e privati, che sono sparsi sul territorio di Trieste e provincia. Alcuni sono già stati mappati nell’ambito di progetti simili al nostro, molti altri sono sconosciuti, mai venuti alla luce, pur trattandosi di edifici che appartengono, in molti casi, ad enti pubblici. Nessuno ne ha mai parlato, nascosti da tempo nel verde, su strade poco battute o resi inaccessibili (e introvabili) dalla mancata manutenzione. Ci siamo imbattuti in caserme dismesse, impianti sportivi semi distrutti, alberghi spettrali, scuole fantasma, fabbriche, officine e depositi in disuso, e ancora luoghi la cui destinazione iniziale è ormai impossibile da riconoscere.

La nostra avventura è cominciata esaminando alcuni siti piuttosto conosciuti e lasciati al loro destino ormai da tempo, come l’hotel Obelisco o l’ex Bagno della Polizia. Abbiamo recuperato la loro storia, cercato tra curiosità, informazioni, piantine, documenti, senza tralasciare testimonianze, racconti e leggende. Alle notizie abbiamo abbinato ampi reportage fotografici, nel rispetto dei limiti posti dai siti stessi.

E’ stato triste constatare che pressoché tutti i luoghi visitati siano stati meta di vandali, a più riprese, rifugi per senzatetto, obiettivi da imbrattare e distruggere senza nessun motivo, mentre un immediato riutilizzo avrebbe permesso a interi comprensori di continuare a sopravvivere, come realtà produttive di successo o spazi destinati ad attività ludiche e di aggregazione.

Il nostro percorso è stato pieno di sorprese e di incontri inaspettati, che ci hanno a dir poco stupito, in positivo e in negativo, e che ci hanno fatto capire quanta ricchezza inutilizzata nasconde la nostra cara città.

Seguiteci, vi porteremo alla scoperta della #triesteabbandonata.

Micol, Giada, Emilio.