L’ex caserma e l’ex valico di Gropada

Un ciclista pedala sul Carso, arriva in una strada, per proseguire poi lungo un sentiero, ma si ferma davanti a una serie di edifici piuttosto malconci, abbandonati e completamente aperti. Si incuriosisce e ci segnala il sito.
E’ una giornata estiva particolarmente calda quando arriviamo a Gropada, per raggiungere il posto che ci è stato indicato. Non è immediato. Arriviamo in fondo a una strada deserta, senza via d’uscita, in un sito che sembra dimenticato da tutti. In un’altra dimensione. Da anni. Nessun segno dell’originale destinazione e francamente è impossibile capire subito che si tratta di un’ex caserma. Nessun cartello, nessun segnale, il cancello di ferro aperto e dentro erba incolta e arbusti ovunque. Tra il verde anche qualche schermo di televisore gettato qua e là. Dietro l’edificio un’enorme cisterna, chissà che utilità aveva in passato.

3

Ci accorgiamo, guardando dentro le finestre, che in parte la palazzina è stata usata come rifugio per senzatetto e che i vandali ci sono entrati a più riprese (qualcuno anche di recente, vista una sdraio apparentemente nuova), notiamo inoltre alcune ampie zone annerite, segno di un incendio piuttosto vasto, e parti del soffitto puntellate, a rischio crollo, proprio dove le fiamme sono divampate probabilmente con maggior forza. Giada con il suo obiettivo cerca di cogliere quanto più possibile ogni angolo, rispettando chiaramente le limitazioni esistenti, anche perché questo rudere ci sembra messo male. Noi intanto consultiamo il web e cerchiamo notizie su questo edificio, che è collegato ad una casupola diroccata poco distante e all’ex valico confinario, ridotto ormai a due piccole strutture-colaborodo, devastate e usate come discarica.

4

Scopriamo che si tratta dell’ ex caserma della Benemerita, un tempo fondamentale proprio perché si trovava sul confine con l’ex Jugoslavia. ci guardiamo attorno. Finestre divelte o totalmente inesistenti, pezzi di vetri e intonaci caduti ovunque, la porta d’ingresso forzata, le tegole precipitate a terra e anche qui vandali che nel tempo hanno distrutto ogni cosa. Nei primi anni 2000 l’edificio era stato concesso all’Area Science Park come deposito per un archivio, fatto di carte, documenti e materiali da ufficio, ma nel 2006 un incendio doloso ha colpito la palazzina. Leggiamo un vecchio articolo del Piccolo, dove si racconta la stranezza di quel rogo, perché chi l’aveva appiccato aveva creato sbarramenti sulle scale e in qualche stanza, come per ostacolare il lavoro di spegnimento, che in effetti, si legge nel pezzo, era stato piuttosto impegnativo per i pompieri. Fuori dall’ingresso si nota ancora qualche foglio, carte in parte integre in parte bruciacchiate. Dentro non è rimasto più nulla. Sembra piccola vista da fuori, in realtà l’area della caserma ha una superficie complessiva di 2.590 metri quadrati.
Lasciata l’ex caserma, dopo qualche metro, c’è un piccolo edificio diroccato, il cui utilizzo passato resta un mistero. Non lo è invece quello che vediamo poco più avanti, due piccole strutture, l’ex valico di frontiera, che qualcuno di recente deve aver scambiato per una discarica, gettando un po’ di tutto, in particolare scarti edili. E spunta anche un’enorme trolley, nuovo, vuoto, com’è arrivato qui? Mah.

3

Torniamo davanti all’ex caserma. E’ del 2014 la notizia che, insieme ad altri edifici, è stata “smilitarizzata” con la sigla di un accordo di livello nazionale e “sdemanializzati”. Il destino? Per ora non si sa e da quanto sembra nessun intervento di pulizia o messa in sicurezza sembra sia stato attuato da anni. Nel frattempo c’è qualcuno che la occupa……i nuovi inquilini sono un gruppetto di pipistrelli.

Tante foto, aggiornamenti e notizie sulla pagina Facebook triesteabbandonata

 

L’ex cotonificio Olcese

In uno degli edifici principali c’è ancora un cartello, che mostra la figura di un’operaia che spinge un carrello e alcune indicazioni da seguire. Sì perché nell’ex cotonificio Olcese, situato tra via Flavia e via del Follatoio, ci lavoravano soprattutto donne, nei tempi d’oro, quando lo stabilimento aveva una produzione importante e faceva parte di un gruppo che contava su altre sedi in Italia. Ora di quel polo industriale restano edifici bui, stanze imbrattate, ambienti dimenticati.
Questa volta a visitare il complesso abbandonato da una decina d’anni è soltanto uno di noi, nell’ambito di un articolo scritto per Il Piccolo.

Mi accompagnano nei meandri di questo sito enorme, il più grande in disuso che finora ho visitato. Si tratta di un’area di ben 28mila metri quadrati. Infinita…. Percorro insieme ad alcuni responsabili del sito questi immensi spazi. Saliamo prima in una palazzina di sei piani, dove trovavano posto gli uffici Olcese, poi ci spostiamo in un capannone con due piani, da 5mila metri quadrati ciascuno, e successivamente in altri tre ulteriori edifici, in uno spazio produttivo, in quello che doveva essere un ampio magazzino e in un’officina. Fuori ci sono ancora garage e ulteriori magazzini.

Iniziamo esplorando il piazzale d’ingresso e poi il viale che conduce agli uffici, sempre più divorato dalla vegetazione. Saliamo nell’edificio di sei piani e notiamo con amarezza, ma senza troppo stupore, che la porta d’ingresso non c’è più e i vandali a più riprese hanno distrutto tutto. E’ probabile che si siano portati via anche gli arredi, perché vediamo sedie e pezzi di divani e scrivanie. Sui muri scritte ovunque e sulle scale i resti di un incendio che, mi dicono, era stato appiccato per rubare rame. Il vano ascensore è un immondezzaio, ma il cartello che indica la funzionalità di ciascun piano, uffici, amministrazione ecc., è intatto, perfetto. Surreale.
Entriamo in una stanza dove dal soffitto penzolano decine di fili e in fondo vediamo qualche bivacco e letto di fortuna. Come in altri posti anche qui ci hanno dormito. Arriviamo quindi in uno stanzino piuttosto integro, sembra una segreteria. Su un ripiano in una bacheca è ancora appeso un elenco di “numeri utili”, in parte caduto a terra, dove spunta anche un calendario, fermo a dicembre 2005. Qua e là scatoloni che riportano ancora la scritta Olcese. Continuiamo a salire e gli scenari non cambiano in ogni piano, tutto distrutto, tutto rovinato e imbrattato. All’ultimo piano la vista è a 360 gradi e pure in questa stanza non resta niente di integro, finestre comprese, rimane solo un grande scrivania e qualche cassetto, tutti pesantemente danneggiati.

Entriamo in un secondo edificio, qui c’è ancora un’ enorme struttura ad imbuto (difficile capirne l’utilizzo originario) e il cartello con le indicazioni che le operaie doveva seguire “I carrelli non si tirano, si spingono”, con la silhouette di una donna intenta a spostare i carrelli, vicino a una rampa, dove probabilmente venivano caricati i camion, che poi uscivano dallo stabilimento (alcuni container sono ancora fuori all’aperto). Per il resto è tutto vuoto e buio pesto. Risaliamo su una scala e ci infiliamo in un lungo corridoio di lamiera, un tunnel esterno, suggestivo, che ci conduce a un altro edificio, dove vedo un ambiente grande e sulle pareti, a sorpresa, è rimasto ancora cotone. Appiccicato. A terra sono visibili ancora alcune vasche e da un lato un montacarichi fermo.
Tocco il muro, insieme ai miei accompagnatori, ci sono ciuffi morbidi, ovunque, ricoprono anche il soffitto, completamente, gli ultimi segni che mostrano la passata storia di quel luogo spettrale.

Torniamo nel cortile per visitare anche alcune officine e i garage. In una stanza sbuca un paio di sci, piuttosto datati, e ancora un quadro, sembra un disegno di un bimbo fatto per un genitore che lavorava proprio lì e che forse nel trambusto della chiusura della fabbrica è stato dimenticato da un impiegato. E ancora tanti scatoloni marchiati Olcese, utilizzati per sgomberare i locali e poi scaricati lì, quasi sempre riempiti a metà, di carte o semplicemente rifiuti. Mi sorprendo quando sia immensa e ben organizzata l’area, doveva essere un polo operativo di grande impatto.
Penso di aver visto tutto quando mi dicono che manca ancora una zona. Mi chiedo, ancora?? Le sorprese non sono finite. E’ un magazzino con due ambienti, anche questo enorme, con alcuni grossi ganci che pendono dal soffitto e una lunga scala con le ruote, che di sicuro è li da svariati decenni. Appena fuori dall’ingresso qualcuno ha divelto un portone e portato all’esterno un macchinario pesante, ma chiaramente inutilizzabile.

A differenza di altri immobili per l’ex Olcese c’è un progetto alle porte, destinato a convertile il sito di uno spazio dove ospitare giovani imprese, un po’ come la vicina Bic. In attesa di vedere l’auspicabile trasformazione son curiosa, mi piacerebbe trovare qualche nota storica sull’ex stabilimento. Contatto quindi direttamente l’Olcese, che ancora esiste, anche se negli anni molte fabbriche in Italia sono state chiuse. Mi rispondono subito, ricordando che la struttura si chiamava precisamente FTA: Filatura di Trieste ed Altessano e faceva parte della vecchia OLCESE S.p.A. a sua volta del gruppo SNIA BPD. Mi scrivono che cercheranno informazioni storiche per inviarmele. Non mi resta che aspettare e rimandarvi alla prossima puntata….

Segui i nostri aggiornamenti e i reportage fotografici su Facebook, alla pagina triesteabbandonata

L’ex fabbrica in via Caboto

Come per l’ex bagno della Polizia, anche l’immobile di cui vi parliamo oggi è quasi completamente nascosto dalla vegetazione, in una via piuttosto trafficata, via Caboto. Poco si vede dalla carreggiata ma l’area ha una superficie totale di oltre 16mila metri quadrati. Enorme. Si compone di una palazzina uffici, con ampie vetrate, magazzini, officine e uno spazio meraviglioso, coperto da ampie volte, che probabilmente era il cuore pulsante di questa grande fabbrica. Accanto all’edificio principale passava la linea ferroviaria, tuttora visibile anche se completamente avvolta da rovi ed erbacce.
Ma cos’era originariamente questa struttura ormai fatiscente? Le informazioni che siamo riusciti a reperire, almeno per il momento, sono piuttosto scarse. Pare fosse un’attività che si occupava di costruire e riparare container, ma anche macchinari destinati al settore marittimo, trasportati nelle zone portuali una volta usciti dalla fabbrica, che risale ai primi anni ’70. Si trattava di prodotti ingombranti, che quasi sicuramente venivano realizzati proprio sotto quelle ampie volte, dove qualche cavo pende ancora dal soffitto, mentre alcuni tunnel nel pavimento ci fanno intuire uno spazio simile a quello presente in molte officine meccaniche.
All’interno non resta più nulla, pochi segni di un passato che pensiamo sia stato comunque glorioso, considerando l’ampiezza dello stabilimento. Ci fermiamo come sempre a immaginare quale fermento poteva esserci in un posto così articolato, con gli uffici e i magazzini che si affacciavano nella zona operativa. Chissà quante persone qui ci lavoravano ogni giorno, nei tanti ambienti presenti.. Dal lato sinistro dell’edificio probabilmente la merce veniva disposta sui treni, con le rotaie ancora presenti, mentre dietro, nel vasto parcheggio, arrivavano i mezzi pesanti, dall’entrata a destra dell’edificio principale, su via Caboto.

E’ tarda mattinata, pieno giorno, luce potente. Passano auto, bus, moto, persone dirette agli esercizi vicini ancora aperti. Nessuno lo nota, questo enorme complesso divorato dalla vegetazione. E se lo notano beh, sanno nascondere molto bene. Costeggiamo l’ormai verde edificio. Siamo basiti ancor prima di entrare. Ci avviciniamo, si intravede lo scheletro di una struttura gigantesca, pochi alberi da superare ed entriamo, rimanendo a bocca aperta: la luce fortissima che penetra dalla mancante copertura centrale dei capannoni, soprattutto la foresta che è cresciuta all’interno di quella che un tempo era una fabbrica. Quanto spazio. Quante piante. E che casino. E’ un delirio dal primo all’ultimo passo. C’è qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo non è rimasto nulla. Pazzesco. Un’occhiata dalla cima di una scala arruginita, per rendersi conto anche da un altro punto di vista dello spreco e dello scenario da giungla. Jumanji a Trieste. Questo però purtroppo non è il celebre film con il suo gioco in scatola (e Robin Williams), è roba vera, sta sotto i nostri occhi. Immagini la quotidianità di una fabbrica e vedi qualcosa che somiglia più all’Amazzonia. Viene da pensare che questo posto è situato di fronte alla sopraelevata, ha una fermata dell’autobus distante due metri. C’è un piazzale a pochi passi e la smisurata area incolta sul retro. Attorno a noi, industrie ed esercizi diurni. I concerti troppo “chiassosi” per il centro cittadino, perchè non farli qua? Giusto per buttare sul tavolo una delle fiches a disposizione che fidatevi, sono tante. Basta immaginare. Saremo visionari, chissà. Senza dimenticare che questo caos è dotato non solo dei capannoni, ma anche di tre lati calpestabili, due piani ciascuno. Pure. Gli interni, naturalmente, sono in linea con l’ex cuore pulsante della fabbrica. Le piante crescono senza ordine ne controllo appena fuori, dentro regna la devastazione più totale. Finestre e serramenti assenti da chissà quanto, molti punti luce si stanno progressivamente allargando, complice la caduta dei mattoni che li delimitano. Pavimenti sconnessi, inclinati, crepati, distrutti. Qualche frammento dell’attività che fu, trovando delle cassette in legno piene di pietre e calcinacci. Una scritta sul lato di una di queste ci riporta in un lampo al passato, la commissione di un lavoro da parte di una ditta di Roma. Altri tempi, rabbia e vergogna guardandosi attorno ora. In fondo a uno dei corridoi un’ampia scala a chiocciola senza più corrimano ne barriere di alcun tipo, a dominare un portone d’ingresso che non c’è più, ridotto in mille pezzi a pochi passi. Ci avviciniamo a questo rudere e si, passano le auto a due metri da noi. Non solo, la recinzione non nasconde completamente la chiara presenza della fermata dell’autobus. Voltiamo le spalle alla strada guardando di fronte a noi. Ci restano ancora due grandi saloni e il piano superiore, dai soffitti ruggini di quelli che una volta erano elementi utili ad una produzione. Ora il nulla più totale, mentre pareti e soffitti si sgretolano progressivamente. A terra calcinacci, oggetti che testimoniano ripetute visite anche in tempi recenti, ammassi di cavi denudati del loro contenuto e lasciati a terra, come camere d’aria sgonfie. Nell’angolo su via Caboto una stanzetta in condizioni pietose, con un pertugio aperto sul soffitto ed una scala che proietta al tetto dei capannoni. Il tetto è ridotto a brandelli, pezzi di copertura saltati, depositi di materiale tra le varie arcate, sensazioni di tossicità, instabilità e disgusto. Un’ultima occhiata all’enorme giungla, la cui base è discarica per bidoni, taniche, pneumatici, pezzi di elettrodomestici, scarpe, bottiglie, batterie di auto, chi più ne ha più ne metta. L’inquietante scheletro di una seggiola piazzata nell’unico punto veramente piano dei capannoni, di fronte alla quale sono posizionati un bidone, una panca di fortuna e pezzi di vetro e legno.

Come mai la fabbrica sia stata chiusa resta difficile da capire. Riusciamo a scoprire però che nel 2000 si parla di un progetto. In questo sito qualcuno voleva costruire un incubatore di imprese, un insieme di aziende giovani e dinamiche, come poi accadrà alla Bic. Lo leggiamo da alcuni dati sul web ma c’è anche chi lavora nella zona e si ricorda qualcosa di importante in quell’anno. Proprio nel 2000 una persona aveva chiesto una disponibilità continuata a un affittacamere della zona, gestito da una signora che gentilmente ci racconta l’episodio. “Era una sorta di capocantiere -ci spiega – era venuto qui da me dicendomi che proprio in quell’ex fabbrica sarebbe partito un cantiere e che stava cercando alcune camere in affitto per parecchio tempo, per chi sarebbe stato impegnato a seguire i lavori. Peccato che poi non si sono fatti più sentire e ho sentito che il progetto non si sarebbe più fatto”. Poi nessuna notizia emerge più.
L’architettura industriale è affascinante, la struttura di questa fabbrica è incredibile e come sempre lascia senza fiato. Possibile che anno dopo anno si sia ridotta in queste condizioni? Possibile.

Segui i nostri aggiornamenti e i reportage fotografici su Facebook, alla pagina triesteabbandonata

VIDEO1: https://www.youtube.com/watch?v=vrqYJcZLNDA

VIDEO2: https://www.youtube.com/watch?v=Ddw8FiRDAbg

L’ex Hotel Obelisco

Chissà quante volte ci passate davanti senza farci più caso ormai. L’ex Hotel Obelisco, a Opicina, è un altro baluardo del degrado triestino. Se ne parla da anni, anzi da decenni, ma niente di concreto è stato mai fatto. Costruito a fine ‘800 come Stazione di Posta, dove era fissato il cambio dei cavalli del servizio postale, dai primi anni del ‘900 diventa un albergo, più volte ampliato, dove i ricchi triestini soggiornavano per le vacanze nell’aria fresca del Carso.
Tutto è stato completamente abbandonato dal 1985, danneggiato a più riprese e oggetto di una lunga serie di progetti mai partiti. Tra albergo, spazi verdi e complesso retrostante, dotato di piscina e campi sportivi, ha una superficie complessiva di ben 61.918 metri quadrati. E sono tanti! Il periodo di maggior splendore risale agli anni ’70, quando l’ampia terrazza ospitava momenti conviviali ed eventi, davanti alla splendida vista aperta sul golfo.
E sì che con quel panorama, nelle fresche serate estive, c’è chi ricorda splendidi aperitivi, feste e semplici momenti conviviali e nel complesso sportivo giornate di sole in piscina, tornei di tennis, musica e intrattenimenti. Cos’è rimasto? L’hotel è un colabrodo, tra pezzi distrutti, infissi divelti, buchi dovuti ad incursioni rattoppati con mattoni, la piscina piena di acqua melmosa, che racchiude rifiuti di varia natura. Tutto ciò che era rimasto, e qualcuno parla di mobili e suppellettili, è stato rubato a più riprese. Anche qui ci colpisce in modo negativo il tracollo mai frenato. Fantastichiamo guardando soprattutto il complesso sportivo, qui davvero si potrebbe fare di tutto, un centro per i ragazzi, per società sportive, per feste private. Invece niente è ormai recuperabile.

Negli anni le ipotesi di riutilizzo sono state tante, così come le proprietà che si sono alternate nel corso del tempo. C’è chi voleva farne di nuovo un albergo, chi voleva stravolgere completamente l’originale destinazione, chi sperava di trasformarlo nella foresteria per la Sissa. Alla fine degli anni ’80 correva la voce che pure il re delle diete Mességué aveva puntato all’ex hotel per farne un centro benessere. Niente di niente.
Di sicuro c’è che all’interno sono stati girati film dell’orrore, ci sono stati set fotografici improvvisati ed è stato rifugio per senza tetto, per molti anni.

Uno di noi si è spinto all’interno, ecco passo dopo passo l’hotel dell’orrore. “A terra pezzi di mattoni, tegole, rami secchi, piante cresciute spontaneamente. E devo ancora entrare. Sembra tutto murato, ma non lo è. C’è un varco, un grosso varco. Mi avvicino con cautela, mentre il rumore delle auto si fa via via sempre più chiaro e vicino. La strada è lì, solo un sempreverde accasciato su se stesso e un muretto di cinta a nascondere parzialmente il restante groviglio naturale, la separano dal retro di questo gioiello divenuto disarmante caos. Quante macchine. Quanta gente a pochi passi. Quanta vita, quanto rumore. Guardo di fronte a me, dentro al varco, silenzio tombale. Mix di emozioni pensando a quello che c’era, a quello che c’è ora, a quello che mi aspetta. Un’occhiata dentro, luce per 7-8 metri, si intravede qualche spiraglio, sulle colonne poco più avanti, poi buio pesto. Nonostante dietro il primo angolo vi siano le scale ai piani superiori (quindi finestra, quindi aria), l’impatto aria aperta/finestre murate stordisce. Qualche passo a sinistra e a destra, i primi “rami” del piano terra e sembra già un labirinto senza fine. Che spreco, gente. L’ordine logico con cui volevo ispezionare l’area va a farsi benedire dopo si e no tre minuti. Si va a tentoni, la torcia illumina qualcosa, ma aiuta giusto a non mettere piede in fallo, ed è già molto anche se qualche oggetto/maceria la si calpesta. Bisogna pur guardarsi attorno ed evitare tutti gli ostacoli è impossibile. Lo “spettacolo” mette i brividi ed insieme crea sgomento unito a rabbia. Stanze enormi si alternano a stanzette, in alcune solo dei murales immersi in un’oscurità terrorizzante, in altre c’è di tutto. Cumuli di porte e finestre rotte, rese quasi irriconoscibili dal tempo. Intuisco la stanzetta che ospitava il portiere, c’è ancora il quadro delle chiavi con qualche etichetta che recita ‘reparto piscina’, ‘porte hall’, ‘reparto cucina’, ‘porte bar’. Di chiavi, chiaramente, nemmeno l’ombra. La mente corre in ognuno di questi ambienti, creando una sensazione sicuramente intensa, difficilmente definibile, chiusa da un velenoso perché? Decido di tornare verso il varco per visitare il resto ed andare poi ai piani superiori. Il buio totale e la solitudine non sono un buon mix, lo ammetto non vedo l’ora di salire, in questo momento più per il sollievo ritrovando la luce che per la curiosità. Una stanzetta agghiacciante è letteralmente mangiata e scavata dall’umidità, la “soglia” di metà piano con altre scale a metà corridoio e l’ascensore (non c’è la porta e se ne intravede un pezzo, è fermo al primo piano), un’altra stanza enorme resa ancor più spettrale dai muri anneriti per tre quarti. Arrivo vicino al tanto desiderato varco. Luce piena e una boccata d’aria servono come l’acqua. Rientro, pronto a salire. Noto però che le scale scendono, pure. Mi avvicino, riaccendo la torcia, intravedo cataste di tavoli e sedie rotte, porte divelte, buio ancor più pesto. Almeno qua c’è il varco, a garantire uno specchio di luce. Al piano terra forse il terrore ha vinto sull’immaginazione, meglio salire. Quanta gente le ha fatte, queste scale? Quante persone hanno visitato questo posto, durante la lunga attività così come nell’altrettanto lunga e scriteriata era dell’abbandono? Arrivo al primo piano e, vi dico subito, rispetto al secondo e al terzo è solo un po’ più vasto ma le differenze coi piani superiori sono poche. I lati che guardano Trieste ed il suo golfo (oltre che Strada Nuova per Opicina, distante pochissimi metri) godono della luce del pomeriggio, quelli che invece tuffano lo sguardo nell’immenso parco sono decisamente più bui. Giro tutti gli ambienti. Al primo piano rifiuti, oggetti di ogni tipo, quel che resta dell’ascensore (qui si vede, è divenuto una discarica per chi ha “visitato” i piani superiori, riempito di ogni cosa), muri che cadono a pezzi, soffitti e pareti annerite. Al secondo piano scheletri di letti, bottiglie, scatoloni-scatoline-scatolette (di cibo), servizi igienici divelti in tutte le stanze, vasche da bagno piene di calcinacci, mobilia devastata, rifiuti, vestiti in preda al marciume. Al terzo da quel che resta delle reti si passa direttamente a materassi circondati da spazzatura, in un ambiente che definire sporco è pesante eufemismo. Anche qui muri cadenti, stanze più strette (ovvio, avvicinandosi al tetto), vegetazione che avanza trovando appiglio sui muri. Il lato-parco e le stanze murate producono un continuo accavallarsi di profonda inquietudine, sorpresa, sgomento. Il lato-golfo aggiunge rabbia, amarezza, vorace speranza. Rabbia e amarezza sorgono immediate, vedendo le condizioni in cui versa tutto questo. Che altre sensazioni potrebbe suscitare, vedere distintamente dietro la vegetazione le auto che ti passano sotto al naso, senza che guidatori e passeggeri riescano a vedere nulla di questo scempio? Poi dalla strada si alza giusto un attimo lo sguardo, giocando a centrare gli spazi concessi dagli alberi, intravedendo il golfo di Trieste. Al terzo piano poi, pareggiando la sfida in altezza con la vegetazione, il golfo si vede chiaramente. Che nervi.. E che spettacolo, nonostante il caos in cui mi trovo. Rabbia e amarezza si moltiplicano, ma la speranza subentra. Perché un posto così, con una vista così, un parco così, un’area sportiva così, una posizione strategica ed insieme straordinaria così, non può rimanere in eterno così. Perché lasciarlo in questo stato? Quanti utilizzi potrebbe avere un complesso del genere restituito alla vita?
Mi decido a riprendere il cammino verso il varco scendendo stavolta dalle sin qui inesplorate scale centrali (quelle più buie, vi risparmio dettagli che potete immaginare), prima però questo posto che DEVE tornare a vivere decide di regalarmi un’ultima “chicca”. All’ultimo piano c’è ancora uno spiraglio, quasi invisibile per via dell’ammasso di oggetti. Questo passaggio si rivela lo stanzino con i quadri elettrici (quel che ne rimane) del terzo piano, con accesso al sottotetto. A terra la pagina rovinata dal tempo di un giornale in lingua serba, la botola è aperta. Mi ci infilo e guardo ai lati, alla mia destra a una decina di metri una piccola finestra oblò. Entro con prudenza che definire massima è riduttivo. Percorro questo corridoio di mattoni alto meno di un metro, giungo vicino. Serramenti rovinati ma la finestrella qui c’è. Il vetro c’è. L’unico intatto in tutto l’hotel. Da non credere. La vista sulla città e sul golfo è a dir poco mozzafiato. Intravedo una nave da crociera da poco partita, la osservo un paio di minuti mentre lentamente prende il largo. Penso tra me e me che le navi partono, ma poi ritornano. Penso che uno spettacolo così lo sto ammirando dall’unico punto d’osservazione “intatto” della mia intera visita. Penso fermamente che queste pur poche, flebili, forse fantasiose coincidenze, non possano essere un addio ma un arrivederci. Fateci qualsiasi cosa purché utile, ma questo posto non lasciatelo così”.

Il 30 settembre l’ex hotel Obelisco di Opicina andrà all’asta al tribunale di Milano. Il prezzo di partenza sarà di 3 milioni di euro.
Sarà la vera svolta? Staremo a vedere.

Segui i nostri aggiornamenti e i reportage fotografici su Facebook, alla pagina triesteabbandonata

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=bo9IoUoxtFU

L’ex bagno della Polizia a Muggia

Il nostro viaggio inizia a Muggia e precisiamo che tutti i beni dei quali vi parliamo e vi parleremo li abbiamo “studiati” e osservati da vicino, per capirne la grandezza e le caratteristiche con attenzione. La prima tappa dunque ci porta all’ex bagno della Polizia. E’ un luogo che per anni è stato un punto di aggregazione e divertimento per centinaia di persone e c’è chi, tra noi, conserva ricordi d’infanzia, proprio in queste piscine, dove ormai tutto è abbandonato da oltre vent’anni.
Dalla strada che porta a Lazzaretto quasi nulla si nota, il comprensorio infatti è completamente oscurato da alberi e una fitta boscaglia.
Dietro però nasconde uno spazio di ben 16mila metri quadrati, che soprattutto tra gli anni ’70 e ’80, fino ai ’90, era vivacissimo.

Il bagno è costituito dal piano terra, dal quale si accedeva direttamente da strada per Lazzaretto, con stanze e servizi, da un’ ampia zona piscine soprastante, tuttora visibile, con una vasca olimpionica, una piscina più piccola per i bambini e una zona adibita a spogliatoi. Collegata all’area una palazzina di tre piani, che un tempo ospitava bar, ristorante, solarium, ulteriori spogliatoi e zone relax, oltre ad una serie di terrazze affacciate sul mare. Dietro ancora giardini e aree verdi.

Le recinzioni, più volte erette in passato, sono state divelte o non esistono proprio e le incursioni sono state tante. Dentro si notano bivacchi di chi ha dormito, mangiato e sporcato, scritte e disegni sui muri e dentro la piscina, oggetti di ogni tipo gettati nella vasca, dove da un ristagno d’acqua emergono arbusti, immondizie e un pezzo del vecchio trampolino. Ci sediamo e lasciamo correre i pensieri, davanti a un vero e proprio monumento al degrado. La palazzina è imponente, tutta affacciata sul mare, la piscina è enorme, così come sono gli spazi circostanti. Tra ricordi personali, testi letti e foto del passato, cerchiamo di immaginare il complesso com’era un tempo. Vediamo la piscina affollata di gente che nuota e si tuffa, poco più dietro la piscina dei bimbi, con tanti piccoli che giocano nell’acqua bassa e tutto attorno sdraio di chi si gode il sole. Al primo piano il bar, dove sorseggiare un drink o mangiare un boccone o ancora più su, la gente affacciata nelle terrazze sul mare che chiacchiera, che balla a ritmo di musica, tra semplici giornate di sole o feste e appuntamenti mondani. Ci sembra quasi di sentire i rumori, le risate, il clima di allegria.

Poi ci rendiamo conto che domina invece un gran silenzio, rotto solo dal rumore delle auto che passano nella strada sottostante. Tutto è grigio, nessun bagnante intento alla tintarella, nessun bambino che gioca divertito, solo cemento, macerie, erbacce e rifiuti.
Restiamo affascinati, ma allo stesso tempo sorpresi, possibile che in tanti anni nessuno sia riuscito a riportare a miglior vita questo straordinario edifico? Possibile.

Certo non siamo i primi e nemmeno gli ultimi che parleranno del destino dell’ex stabilimento balneare. Sul web si trovano articoli, foto e anche video. Forse qualche triestino ricorderà che qui era arrivata nel 2004 anche Striscia la Notizia e dentro le stanze del piano terra l’inviato Moreno Morello aveva trovato mobili, ma soprattutto documenti riservati sparsi a terra e carta ancora intestata alla Polizia di Stato, un episodio che aveva fatto scalpore, ma non tanto da avviare qualche significativo intervento.

In passato c’era stata anche un’occupazione abusiva, che aveva richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, ma non è rimasto un caso isolato. Sbirciando da alcune finestra si notano a terra una grande quantità di vestiti, borse e avanzi di cibo, segno che qualcuno, anche recentemente, ha frequentato l’area.

Tanti i progetti annunciati o ipotizzati negli anni, vendite all’asta andate deserte, proposte fantasiose per far rinascite il sito, idee di enti pubblici e privati, ma di fatto nulla per ora è accaduto.
Per noi l’ex bagno della Polizia è la prima di una lunga serie di beni abbandonati, di luoghi dimenticatii, di opportunità sprecate.

Segui i nostri aggiornamenti e i reportage fotografici su Facebook, alla pagina triesteabbandonata

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=Ze3O0E3pwX4

Triesteabbandonata, come inizia il viaggio?

Il nostro viaggio inizia qualche mese fa, un po’ per caso, con uno scambio di chiacchiere virtuali su Facebook e un’idea che ci accomuna: vogliamo mostrare ai cittadini, e non solo, l’enorme quantità di beni abbandonati, pubblici e privati, che sono sparsi sul territorio di Trieste e provincia. Alcuni sono già stati mappati nell’ambito di progetti simili al nostro, molti altri sono sconosciuti, mai venuti alla luce, pur trattandosi di edifici che appartengono, in molti casi, ad enti pubblici. Nessuno ne ha mai parlato, nascosti da tempo nel verde, su strade poco battute o resi inaccessibili (e introvabili) dalla mancata manutenzione. Ci siamo imbattuti in caserme dismesse, impianti sportivi semi distrutti, alberghi spettrali, scuole fantasma, fabbriche, officine e depositi in disuso, e ancora luoghi la cui destinazione iniziale è ormai impossibile da riconoscere.

La nostra avventura è cominciata esaminando alcuni siti piuttosto conosciuti e lasciati al loro destino ormai da tempo, come l’hotel Obelisco o l’ex Bagno della Polizia. Abbiamo recuperato la loro storia, cercato tra curiosità, informazioni, piantine, documenti, senza tralasciare testimonianze, racconti e leggende. Alle notizie abbiamo abbinato ampi reportage fotografici, nel rispetto dei limiti posti dai siti stessi.

E’ stato triste constatare che pressoché tutti i luoghi visitati siano stati meta di vandali, a più riprese, rifugi per senzatetto, obiettivi da imbrattare e distruggere senza nessun motivo, mentre un immediato riutilizzo avrebbe permesso a interi comprensori di continuare a sopravvivere, come realtà produttive di successo o spazi destinati ad attività ludiche e di aggregazione.

Il nostro percorso è stato pieno di sorprese e di incontri inaspettati, che ci hanno a dir poco stupito, in positivo e in negativo, e che ci hanno fatto capire quanta ricchezza inutilizzata nasconde la nostra cara città.

Seguiteci, vi porteremo alla scoperta della #triesteabbandonata.

Micol, Giada, Emilio.