Ex fabbrica

Come per l’ex bagno già trattato, anche l’immobile di cui vi parliamo oggi è quasi completamente nascosto dalla vegetazione, in una via piuttosto trafficata. Poco si vede dalla carreggiata ma l’area ha una superficie totale di oltre 16mila metri quadrati. Enorme. Si compone di una palazzina uffici, con ampie vetrate, magazzini, officine e uno spazio meraviglioso, coperto da ampie volte, che probabilmente era il cuore pulsante di questa grande fabbrica. Accanto all’edificio principale passava la linea ferroviaria, tuttora visibile anche se completamente avvolta da rovi ed erbacce.
Ma cos’era originariamente questa struttura ormai fatiscente? Le informazioni che siamo riusciti a reperire, almeno per il momento, sono piuttosto scarse. Pare fosse un’attività che si occupava di costruire e riparare container, ma anche macchinari destinati al settore marittimo, trasportati nelle zone portuali una volta usciti dalla fabbrica, che risale ai primi anni ’70. Si trattava di prodotti ingombranti, che quasi sicuramente venivano realizzati proprio sotto quelle ampie volte, dove qualche cavo pende ancora dal soffitto, mentre alcuni tunnel nel pavimento ci fanno intuire uno spazio simile a quello presente in molte officine meccaniche.
All’interno non resta più nulla, pochi segni di un passato che pensiamo sia stato comunque glorioso, considerando l’ampiezza dello stabilimento. Ci fermiamo come sempre a immaginare quale fermento poteva esserci in un posto così articolato, con gli uffici e i magazzini che si affacciavano nella zona operativa. Chissà quante persone qui ci lavoravano ogni giorno, nei tanti ambienti presenti.. Dal lato sinistro dell’edificio probabilmente la merce veniva disposta sui treni, con le rotaie ancora presenti, mentre dietro, nel vasto parcheggio, arrivavano i mezzi pesanti, dall’entrata a destra dell’edificio principale.

E’ tarda mattinata, pieno giorno, luce potente. Passano auto, bus, moto, persone dirette agli esercizi vicini ancora aperti. Nessuno lo nota, questo enorme complesso divorato dalla vegetazione. E se lo notano beh, sanno nascondere molto bene. Costeggiamo l’ormai verde edificio. Siamo basiti ancor prima di entrare. Ci avviciniamo, si intravede lo scheletro di una struttura gigantesca, pochi alberi da superare ed entriamo, rimanendo a bocca aperta: la luce fortissima che penetra dalla mancante copertura centrale dei capannoni, soprattutto la foresta che è cresciuta all’interno di quella che un tempo era una fabbrica. Quanto spazio. Quante piante. E che casino. E’ un delirio dal primo all’ultimo passo. C’è qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo non è rimasto nulla. Pazzesco. Un’occhiata dalla cima di una scala arruginita, per rendersi conto anche da un altro punto di vista dello spreco e dello scenario da giungla. Jumanji a Trieste. Questo però purtroppo non è il celebre film con il suo gioco in scatola (e Robin Williams), è roba vera, sta sotto i nostri occhi. Immagini la quotidianità di una fabbrica e vedi qualcosa che somiglia più all’Amazzonia. Viene da pensare che questo posto è situato di fronte alla sopraelevata, ha una fermata dell’autobus distante due metri. C’è un piazzale a pochi passi e la smisurata area incolta sul retro. Attorno a noi, industrie ed esercizi diurni. I concerti troppo “chiassosi” per il centro cittadino, perchè non farli qua? Giusto per buttare sul tavolo una delle fiches a disposizione che fidatevi, sono tante. Basta immaginare. Saremo visionari, chissà. Senza dimenticare che questo caos è dotato non solo dei capannoni, ma anche di tre lati calpestabili, due piani ciascuno. Pure. Gli interni, naturalmente, sono in linea con l’ex cuore pulsante della fabbrica. Le piante crescono senza ordine ne controllo appena fuori, dentro regna la devastazione più totale. Finestre e serramenti assenti da chissà quanto, molti punti luce si stanno progressivamente allargando, complice la caduta dei mattoni che li delimitano. Pavimenti sconnessi, inclinati, crepati, distrutti. Qualche frammento dell’attività che fu, trovando delle cassette in legno piene di pietre e calcinacci. Una scritta sul lato di una di queste ci riporta in un lampo al passato, la commissione di un lavoro da parte di una ditta di Roma. Altri tempi, rabbia e vergogna guardandosi attorno ora. In fondo a uno dei corridoi un’ampia scala a chiocciola senza più corrimano ne barriere di alcun tipo, a dominare un portone d’ingresso che non c’è più, ridotto in mille pezzi a pochi passi. Ci avviciniamo a questo rudere e si, passano le auto a due metri da noi. Non solo, la recinzione non nasconde completamente la chiara presenza della fermata dell’autobus. Voltiamo le spalle alla strada guardando di fronte a noi. Ci restano ancora due grandi saloni e il piano superiore, dai soffitti ruggini di quelli che una volta erano elementi utili ad una produzione. Ora il nulla più totale, mentre pareti e soffitti si sgretolano progressivamente. A terra calcinacci, oggetti che testimoniano ripetute visite anche in tempi recenti, ammassi di cavi denudati del loro contenuto e lasciati a terra, come camere d’aria sgonfie. Nell’angolo una stanzetta in condizioni pietose, con un pertugio aperto sul soffitto ed una scala che proietta al tetto dei capannoni. Il tetto è ridotto a brandelli, pezzi di copertura saltati, depositi di materiale tra le varie arcate, sensazioni di tossicità, instabilità e disgusto. Un’ultima occhiata all’enorme giungla, la cui base è discarica per bidoni, taniche, pneumatici, pezzi di elettrodomestici, scarpe, bottiglie, batterie di auto, chi più ne ha più ne metta. L’inquietante scheletro di una seggiola piazzata nell’unico punto veramente piano dei capannoni, di fronte alla quale sono posizionati un bidone, una panca di fortuna e pezzi di vetro e legno.

L’architettura industriale è affascinante, la struttura di questa fabbrica è incredibile e come sempre lascia senza fiato. Possibile che anno dopo anno si sia ridotta in queste condizioni? Possibile.

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VIDEO2: https://www.youtube.com/watch?v=Ddw8FiRDAbg

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