L’ex discoteca Mirò di Lignano

Sabato 25 settembre 2010 ha chiuso i battenti una delle discoteche più conosciute (e più grandi) di Lignano Sabbiadoro, il Mirò.
Meta del divertimento per tante stagioni estive, per molti triestini è stata anche una tappa delle feste di maturità, tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, grazie alle cinque sale interne e agli immensi spazi esterni. Poi tutto è finito. Nel tempo agenti atmosferici e i soliti vandali hanno danneggiato un po’ tutto, ma l’ossatura e le caratteristiche di quel luogo sono rimaste. Dopo l’Hippodrome siamo curiosi di scoprire se davvero anche questo paradiso delle serate dancing è abbandonato. Ci prepariamo quindi alla trasferta, destinazione Lignano.

Arriviamo nella zona dell’ex discoteca, che di giorno vede un via vai di gente nella strada davanti, a causa di diverse realtà attive tutto attorno, con operai e mezzi che transitano. L’ingresso principale è sbarrato, ma vicino c’è una finestra completamente aperta. Sbirciando dentro già si intuisce che all’entrata, dove c’era il guardaroba e l’atrio, l’aspetto è di un luogo lasciato al suo destino e già ampiamente danneggiato. Percorriamo il perimetro del giardino, con il muro tuttora regolarmente in piedi e in una delle tante uscite laterali la porta è spalancata e la catena divelta. Dentro ci accoglie un cumulo di infissi, abbandonati in un angolo, poi iniziano a delinearsi, uno dopo l’altro, gli ambienti principali del locale. Il Mirò appare come un enorme contenitore, svuotato. Forse c’erano arredi, forse qualcosa era rimasto all’interno, ma è palese che qui tutto è stato rubato, portato via. A più riprese.


Le ampie sale da ballo riportano comunque all’originaria destinazione, ci sono ancora i banconi del bar, i “cubi” dove salire per ballare, la parte dove un tempo veniva collocata la consolle e da dove partiva la musica. Porte e finestre invece non esistono più. A collegare le sale ci sono i corridoio, con i bagni e qualche locale di servizio. Molti sanitari sono stati staccati dal muro. Le uniche stanze che ancora contengono oggetti sono un ufficio, zeppo di carte e raccoglitori, dove tutto è gettato a terra, fuori dagli armadi, da chi probabilmente cercava qualcosa di valore. Ma sono semplici fogli, nulla di più, ricevute della Siae, vademecum sulla zanzara tigre, istruzioni su impianti presenti nella disco, insomma il contenuto di una sorta di segreteria. E poi una cucina, con alcuni armadi, un ambiente usato forse anche in tempi recenti, con avanzi di cibo e abbigliamento. L’odore è nauseabondo perché qualcuno si è servito di quella stanza anche come bagno….


La parte più affascinante dell’ex discoteca ci sembra quella esterna, dove ancora si notano i bar, uno dei quali sovrastato da un piccolo terrazzino con una grande scritta “No fear”, tutti distrutti. A pochi metri un’enorme palla da discoteca, la classica sfera specchiata, è caduta al suolo, seminascosta dal verde ormai incolto, ed è pesantemente danneggiata, ma rappresenta uno dei simboli del divertimento che qui esplodeva ogni estate. Proseguiamo e spuntiamo in un’altra sala all’aperto, una delle due che erano coperte da grandi teloni bianchi e che ora penzolano tristemente, mossi dal vento. Ai lati della pista correva una vasca, ne troviamo un’altra più avanti, in mezzo a un piccolo prato, con tanto di ponticello in legno che ne permetteva l’attraversamento. Tutto il muro perimetrale è intatto e in buono stato, in alcuni punti, ormai sbiadite, appaiono le scritte Mirò, con disegni colorati. Che tuffo al cuore per chi, come noi, qui ha ballato in tante serate estive.

 

Nel 2013 sul Messaggero Veneto è apparso un articolo sullo stato di degrado del parcheggio, diventato un sorta di discarica, poi ripulito. Del destino della discoteca invece nessuno parla, ormai da anni, tranne qualche affezionato, che sul web ricorda le feste con migliaia di ragazzi e spera che prima o poi si possano riproporre.

Le informazioni che troviamo comunque sono poche, ma una persona ci ferma proprio nei pressi dell’uscita laterale, che prima abbiamo trovato aperta. Ci spiega che lavora lì vicino, è un operaio, ci dice che il Comune è l’attuale proprietario del Mirò e che ha chiesto proprio a chi lavora nelle vicinanze di segnalare eventuali intrusi. Noi ormai siamo fuori e gli facciamo pure notare che una porta è spalancata. Mentre si affretta a richiuderla ci racconta ancora che qui gira brutta gente e che un paio d’anni fa all’interno delle sale dismesse è stata violentata una ragazza. Cercando tra le notizie di cronaca degli ultimi anni non troviamo traccia di questo episodio e nemmeno note certe sull’attuale proprietà. Ma ormai il giro è finito ed è ora di rientrare a Trieste, con un pizzico di sconforto e con la mente che ritorna alle atmosfere di quella bella discoteca frequentata e tanto amata da diverse generazioni.

Una volta rientrati davanti al pc scopriamo che esiste ancora il sito internet http://www.mirodiscoteca.com, che in home page scrive soltanto “Un grazie di cuore a tutti voi” mentre la pagina Facebook è ferma all’ultimo post datato 29 settembre 2010 e vanta ancora oltre 9mila “like”. Qualcuno nei messaggi domanda ancora “quando aprite?”. Nessuna risposta.

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Bye Bye Hippodrome: i ricordi dell’ex discoteca

Dopo aver letto della demolizione dell’Hippodrome, prevista entro la fine dell’anno, abbiamo deciso di dedicare all’ex discoteca (chiamata prima Valentinis, poi Hippodrome e infine BeFore) una nuova puntata, tornando a Monfalcone e raccogliendo testimonianze e ricordi di chi quelle piste da ballo le ha vissute da vicino. A distanza di tempo dalle prime foto che avevamo pubblicato abbiamo trovato una situazione di degrado disarmante.

Parte della struttura è tuttora utilizzata come rifugio per sbandati, ci sono cumuli di sporcizia alti diversi metri, letti di fortuna, abiti, scarpe, anche di bambini, spazzatura ovunque e cibo accantonato, portato recentemente, ancora da consumare. Uno degli ingressi laterali, coperto dalla strada da un muro, viene utilizzato come toilette a cielo aperto. Alcune stanze dentro vengono utilizzate con regolarità, tanto che ci sono biciclette in buone condizioni e altri oggetti d’uso quotidiano. Nelle sale uno scempio totale.
Abbiamo chiesto sul web di inviarci ricordi legati all’epoca d’oro della discoteca e abbiamo raccolto due testimonianze, quelle del dj e speaker radiofonico Alex Bini e la voce di un gruppo di ragazzi che frequentava il locale nei primi anni ’90.

“Quando ci lavoravo – racconta Alex Bini – l’Hippodrome (marchio in comodato dall’originale discoteca londinese) era una macchina fabbrica-soldi, fascinosa, con proprietari già ben rodati che avevano altre cinque discoteche in Veneto. 12-13 mila persone pagavano settimanalmente il biglietto, con punte di 5mila ingressi solo la domenica pomeriggio. Figlia di mega discoteche nate come funghi in tutt’Italia nel finire degli anni ’80 era l’ incredibile e mastodontica novità, divisa in più sale e quindi in diversi generi musicali. Ma la grande forza era la macchinosa organizzazione dei P.R. Vera e propria ramificazione regionale e in tutti i capoluoghi e cittadine importanti della regione si organizzavano in gerarchie ben delineate, con Capo PR, vice capi PR, PR e “Pierrìni”. La massa tuttavia proveniva da Trieste e, visto che i giovanissimi si muovevano in treno da Trieste a Monfalcone, la domenica pomeriggio le Ferrovie dello Stato furono costrette a mettere all’opera due treni speciali. Il ruolo del PR inoltre era qualcosa di speciale, non solo entravano sempre gratis e partecipavano a mega cene in locali di Monfalcone a spese dei proprietari, ma venivano considerati davvero “fighi”, oltre al fatto che guadagnavano bene. Sul fronte della gente ricordo in particolare che le ragazze erano le vere protagoniste. Partivano da casa con i loro zaini pieni di abbigliamento che poi indossavano nei bagni del locale, sistemando nelle borse gli abiti brutti “mamma style”, ben consapevoli che la sera, prima di uscire dove i genitori le raccoglievano con l’automobile, dovevano ricambiarsi”.


Nel corso degli anni d’oro l’Hippodrome ha anche accolto personaggi famosi. “Innumerevoli gli ospiti – prosegue Alex Bini – cantanti, cantautori, gruppi e dj che si esibivano nella “sala del liscio” (la più grande sala d’Europa senza colonne o pilastri) ma il colpaccio fu fatto con il concerto degli 883, l’apoteosi! 7500 persone stipate nella sala, e quasi altrettante fuori, con articoli e servizi sui media per giorni”.
“Tutto era molto controllato, anche dal severissimo servizio d’ordine, talvolta eccessivo nel modo di agire nei confronti dei più facinorosi, che letteralmente prima sparivano dalla sala e poi dalla struttura. Le cose andavano bene, la gente si divertiva in sicurezza”.
Poi qualcosa cambia, Alex Bini intanto si sposta al Jammin’ di Trieste, nell’area dell’ex Birreria Dreher, convogliando tantissimi ragazzi. E’ il primo momento di difficoltà per l’Hippodrome, che nel frattempo cambia nome e diventa BeFore, con un tentativo di rilancio della struttura.
“Tre anni dopo sono stato ricontattato dall’allora proprietà e per due anni sono tornato a lavorare a Monfalcone, ma poi il concetto di megadiscoteche si stava sgretolando in tutto il Paese e ho lasciato concentrandomi su altri club”.

“L’appuntamento di domenica per tutti nel primissimo pomeriggio era a Trieste in piazza Oberdan, poi a piedi verso la stazione dei treni, direzione Hippodrome – racconta un gruppo di ragazzi che frequentava la discoteca nei primi anni ’90 – eravamo ancora giovanissimi e già quel breve tratto in treno ci sembrava un viaggio. Si scendeva e poi a piedi di nuovo, verso le sale del divertimento. In tasca le riduzioni, quei pezzi di carta coloratissimi, distribuiti spesso da amici o compagni di scuola a Trieste, che ancora oggi alcuni di noi conservano. Qualcuno si ricorda l’abbigliamento particolare, erano gli anni dei bomber, di marchi come Maui, Energy, Best Company, spopolavano i Levi’s e gli anfibi e nonostante il caldo della discoteca anche le camicione di flanella. Molte ragazze entravano coperte con maglioni, ma sotto indossavano top molto corti, sopra minigonne e immancabili jeans. Per molti sono state le domeniche dei primi baci, delle prime cotte e poi davvero tutti andavano a ballare lì la domenica. Ogni volta che si prendeva il treno si dava per scontato che si sarebbero incontrati quasi tutti i coetanei triestini. Abbiamo vissuto un’epoca delle discoteche davvero unica”.

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Le vecchie case dei lavoratori della Ferriera

Arriviamo sul piazzale poco distante dalla Ferriera in una giornata ventosa, accanto a noi due grandi condomini, dai quali provengono rumori spettrali. Le raffiche di bora fanno sbattere gli scuri, si sente qualche cigolio e mentre ci avviciniamo al perimetro del comprensorio abitativo un’asse di legno, con tanto di chiodi, cade fragorosamente ai nostri piedi.
Come inizio non è male.
Siamo in via dei Giardini, rione di Servola, a pochi metri dall’imponente stabilimento siderurgico, e questi due grandi edifici ci sono stati segnalati da alcuni cittadini qualche mese fa. Sono in forte stato di degrado, facciate scrostate, cornicioni caduti a terra, così come gli infissi e alcuni scuri sono penzolanti. Attorno, da alcuni lati, spunta una fitta boscaglia, dove qualcuno ha gettato rifiuti di ogni tipo, una sorta di discarica improvvisata. Ogni edificio ha due entrate, all’interno le scalinate, che portano ai vari piani e ai tanti alloggi.


Difficile trovare note storiche e quindi chiediamo informazioni a residenti ed ex operai della zona, anche grazie all’aiuto di Facebook. E le notizie arrivano. I due condomini sono stati costruiti a inizio secolo, dall’ allora proprietà della Ferriera, destinati ai lavoratori dello stabilimento siderurgico e alle loro famiglie. C’è chi conosce bene gli appartamenti, ci dice che erano tutti uguali, una cucina/soggiorno, una o due camere da letto e sulle scale bagni in comune. C’erano anche altri spazi comuni: cantine, soffitte, giardino e cortile. Qualcuno ricorda anche un arredamento molto simile in tanti alloggi, un angolo cottura vecchio stile, dove campeggiava una sorta di spargher, grandi stufe per riscaldare gli ambienti, piccoli bagni uguali su ogni pianerottolo.
Dai racconti di alcuni servolani sembra che gli ultimi inquilini se ne siano andati negli anni ’80, non riuscendo più ad abitare in case datate e non facilmente riadattabili alle moderne esigenze. Forse qualcuno è rimasto fino ai primi anni ’90.


Cosa resta di quei condomini dove un tempo vivevano tante famiglie? Calcinacci, rifiuti e una spessa coltre nera che copre tutto, sono le polveri della Ferriera che anno dopo anno si sono depositate e che nemmeno il vento che entra negli ambienti riesce a spazzare.
Fuori campeggiano vecchi elettrodomestici rotti, cataste di legni e vecchi mobili, mentre il giardino è parzialmente utilizzato da una ditta edile che lavora per la Ferriera e che regolarmente ha in uso lo spazio.
E gli alloggi? Piuttosto mal messi. Anzi, in forte stato di degrado. Fuori da una finestra si vede nella parete di una stanza un vecchio poster appeso, una delle poche cose intatte che sopravvivono, in altri appartamenti quel che resta di vecchio mobilio rotto, abiti dimenticati, scarpe, giornali, immondizie, tutto coperto da polvere nera, pesante, che ogni tanto si alza nell’aria. Su soffitti e pavimenti spesso si aprono squarci, con pezzi caduti a terra e in qualche punto sembra si sia verificato anche un incendio.


Alcuni residenti ricordano che, una volta chiuse, le case sono state negli anni meta di sbandati e senzatetto. Racconti confermati da scritte sui muri e giacigli di fortuna che si notano qua e là, mucchi di giornali con date più recenti, materassi, coperte e avanzi di cibo.
Quello che ci sorprende sono gli oggetti che ogni tanto spuntano, che riconducono alle famiglie che abitavano qui in passato, segni di una quotidianità lontana, segni di una normalità che qui non esiste più. E la polvere nera rende tutto più angosciante. Una culla in vimini, una cesta porta enfant semi distrutta, la gabbia di un canarino ancora appesa, un calendario sportivo del 1968, la scarpa di una bambina, una rivista con fotoromanzi degli anni ’80, uno scolapasta, un barattolo con l’etichetta “maggiorana”, un quaderno scolastico, la gamba di una bambola. Tutto sporco, rovinato, dimenticato. Sembra che la vita si sia fermata. Trent’anni fa.

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L’ex caserma Monte Cimone

L’ex Caserma Monte Cimone di Banne è stata dismessa nei primi anni ’90 e dopo la chiusura, come successo per altri beni, sembra non ci sia stata un’adeguata manutenzione o almeno un controllo costante. Qual è la sua storia? Dopo la prima guerra mondiale lo spazio viene utilizzato dalle truppe militari e attorno al 1930 l’esercito inizia a costruire nuovi edifici, trasformando il comprensorio in caserma. Nel 2013 è scoppiato un incendio, ma sono gli atti vandalici e le inevitabili intemperie ad aver danneggiato pesantemente tutto ciò che è rimasto nel sito, che si sviluppa per circa 250mila metri quadrati……….

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E’ una mattinata torrida, ma l’afa non c’è, eliminata da un vento tuttavia bollente, è come avere l’aria di un asciugacapelli costantemente puntata addosso. Eppure il gelo riesce a imporsi all’istante, vedendo la maestosa facciata dell’ex caserma accanto alla strada. Il primo impatto è piuttosto forte: tra le tante finestre non è rimasto un vetro, le piante stanno progressivamente nascondendo porzioni dell’edificio, il nome della caserma ha perso dei pezzi col passare del tempo, altre lettere stanno ancora al loro posto, quasi per caso. Passa qualche auto, qualcuno in bici, altri con il cane, andando verso il sentiero alla nostra sinistra, nessuno sembra far caso a un complesso che, già dall’esterno, dà l’idea di essere enorme ed insieme in rovina.

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Il cancello principale è chiuso, ma bastano pochi metri per trovare un accesso (non sarà l’unico). Entrati nel perimetro ci rendiamo subito conto che di tempo ne servirà parecchio, l’area su cui si sviluppa il complesso dell’ex caserma è davvero gigantesca, tanto da non riuscire ad inquadrarne i confini ad occhio nudo. L’erba alta sta via via ricoprendo il piazzale in cemento, così come ridotte a sentieri sconnessi sono le strade che collegano i numerosi stabili divenuti ruderi; la vegetazione nasconde parte delle strutture che compongono questo paese, per dimensioni probabilmente più grande di Banne stessa. Entriamo da nord-est e decidiamo di muoverci verso il lato opposto, fermandoci man mano che incontriamo case, capannoni, torrette, palazzine sul nostro cammino. Le prime costruzioni sembrano dei capannoni, i dubbi sorgono spontanei date le pessime condizioni generali: porzioni di tetto crollate, macerie ovunque, danni assortiti tra vetrate in briciole e oggetti distrutti (oltre che non necessariamente inerenti ad un’ex caserma).


Laddove non si può accedere a un edificio o percorrerne un fianco si cerca una strada alternativa che puntualmente rivela nuovi crolli, altri danni, quantità imbarazzanti di edifici all’orizzonte. Si, all’orizzonte. E’ infinito questo posto, più grande degli outlet che si trovano lungo l’autostrada, per darvi un’idea. Non sembrano passati vent’anni, sembra passata una vita. Inconcepibile un disastro simile in un lasso di tempo notevole, per carità, ma tutto sommato di molto inferiore a tanti altri luoghi abbandonati tra città e dintorni. Qui nulla è stato risparmiato, tutto è stato lasciato al caso o meglio, al suo degradante destino. Occorre procedere con estrema cautela in questo vero e proprio villaggio, a terra gli ostacoli sono più spesso “naturali”, in alto gli scricchiolii vengono rinvigoriti dalle folate di vento bollente. Ci guardiamo attorno, altri ruderi in lontananza. Ma quanta gente c’era qua dentro, quando il tutto funzionava a pieno regime? Basterà un’intera giornata per visitare l’ex caserma? Pazzesco!
Le dimensioni sono tali da mandarci in confusione. L’ordine per rendere il sopralluogo più completo possibile se n’è già andato. Decidiamo di proseguire verso l’estremità nord-ovest con una sorta di ampio zig-zag finchè non troveremo la recinzione per poi tornare indietro, andando progressivamente a sud, puntando il bosco oltre al quale inizia la discesa verso Trieste. Altri capannoni sul lato strada, una costruzione diroccata simile a una torretta alla nostra sinistra, la visiteremo al ritorno. I capannoni si rivelano officine, garage che una volta ospitavano i mezzi dell’esercito, ruderi svuotati della loro funzione e riempiti dagli effetti del tempo, delle condizioni atmosferiche, delle deliranti distruzioni perpetrate dalla gente.


Di fronte a noi i due edifici principali, già da lontano si scorgono danni di ogni tipo, perfino persiane divelte e penzolanti lungo le facciate rivolte all’interno. Ci avviciniamo mentre oltre queste costruzioni, attraverso le finestre distrutte, vediamo e sentiamo qualche auto passare, seguita da un piccolo gruppetto di ciclisti. Di questo posto assurdo sembra non fregare niente a nessuno, meglio comunque non dare troppo nell’occhio. Certo, alcune scoperte in questo luogo ci fanno cadere le braccia, portandoci quasi a trascurare eventuali conseguenze. Proseguendo infatti oltre le due maestose strutture giungiamo alla recinzione dell’ex caserma, troneggia un imponente cancello arruginito. Non c’è catena, non c’è lucchetto, sembra chiuso a doppia mandata invece è aperto. Dall’altra parte la strada, a cinque metri le prime abitazioni. Dentro, a pochi passi, un cartello scarabocchiato a nascondere parzialmente la scritta/monito “pericolo di crollo”. Ma com’è possibile?! e che senso ha poi, rendere partecipe della pericolosità solo chi si trova dentro questo posto e non chi ci passa regolarmente accanto o peggio ancora, ci vive accanto? Difficile condensare con le parole il mix di sensazioni che ci travolgono passo dopo passo. Pensando a quello che c’era qui dentro e a com’è ridotto ora. Pensando a quello che c’era e ancora c’è qua fuori, a pochi metri. Pensando a quante cose ancora dovremmo vedere in questo luogo, talmente vasto che lo sguardo non basta a fissarne i confini.


Entriamo in un edificio accanto a noi per poi muoverci verso i due imponenti palazzi principali. Nel primo ambiente ci colpiscono (in senso figurato, fortunatamente) soprattutto le ampie porzioni di soffitto ridotte a brandelli a terra, o penzolanti sopra le nostre teste, mosse dal vento che le fa ciondolare come canne di bambù a pelo d’acqua. Gli ampi saloni sono vuoti, i muri parzialmente scrostati così come le colonne, dove non ci sono calcinacci troviamo fogliame, rami, oggetti trasportati dall’esterno. A cosa serviva questo edificio? Anche qui difficile inquadrarne l’utilizzo passato. Troppo danneggiato, troppo spettrale, spoglio ma insieme caotico questo luogo, per capire. Forse una mensa, o chissà che altro. A separarci dalle due costruzioni principali rivolte alla strada un capitello e una vecchia fontana, progressivamente divorate dalla vegetazione. Destino beffardo, probabilmente evitabile, pesantemente indirizzato.
Partiamo dal palazzo alla nostra sinistra guardando la strada, varcando la soglia di un ambiente più simile ad un ristorante che a una caserma. Mattonelle marroni sui muri, i chiari resti del bancone di un bar, dietro l’angolo una stanza comunicante con un’altra più grande attraverso un muro ad ampie arcate. Scopriamo dopo pochi passi che si tratta rispettivamente di cucina e sala di quella che un tempo era la pizzeria dell’ex caserma. Un senso di vuoto cosmico si impadronisce all’istante di noi, basta chiudere gli occhi per immaginarseli i soldati che parlano fitto fitto tra di loro, le risate su chissà chi o chissà cosa, i momenti piacevoli di fronte a una pizza, staccando un attimo la spina dal contesto di ordine e disciplina in cui si ritrovano. Poi riapriamo gli occhi. Che tristezza. Che posto assurdo. E’ davvero l’unico destino che gli si può garantire? La senti, la percepisci chiaramente, la vita che c’era, in questo ambiente con i tavoli simili ad Arnold’s, il locale in cui si ritrovavano i protagonisti della celebre serie tv Happy Days. Tutto questo aumenta forse ancor di più il senso di impotenza, di ingiustizia, di gratuito quanto insensato delirio. Diventasse “solo” bosco o riqualificato in un altro modo qualsiasi, cosa potrebbe essere un simile paese nel paese? Ideale raccordo tra Carso e Adriatico a un minuto da Opicina, a dieci dalla città?


Usciamo dalla pizzeria posta sul lato rivolto al cancello (aperto) per rientrare nel palazzo dall’ingresso principale. Di fronte a noi una maestosa scalinata pesantemente segnata dal tempo, sopra di noi una porzione del tetto evidentemente crollata. Le condizioni dello stabile peggiorano salendo progressivamente ai piani alti, le stanze su tutti i livelli sono molto simili, in questo palazzo così come in quello che per primo si presenta alla vista, entrando a Banne. Finestre ridotte a brandelli, calcinacci, parti di soffitto, intonaci, quadri elettrici “spolpati”, persiane divelte, segni di incendi più o meno vasti. Sgomento che si aggiunge allo sgomento. Le auto passano accanto a noi, dalle finestre ai piani superiori sembra quasi di toccarle mentre salgono verso l’abitato, passando forzatamente davanti a questa cittadella passata da maestosa a mostruosa.


Usciamo dai due edifici principali andando verso sud, verso l’interno dell’area. Di fronte a noi, all’orizzonte tra la boscaglia, una fila di ruderi a schiera. Probabilmente i locali adibiti a camerate, proviamo ad avvicinarci. Tempo pochi metri per scoprire che prima ci sarà un’ulteriore tappa: inghiottita dalle erbacce, alla nostra destra si staglia una grande area con altri ruderi sullo sfondo. Ma quanto grande è sto posto? Decidiamo di procedere in quella direzione per poi andare verso le camerate, mentre l’erba alta un metro ha avuto la meglio sull’asfalto tra le cui crepe è cresciuta. Gli edifici che troviamo sono tra i peggiori di tutto il complesso, l’unica copertura apparentemente integra è per giunta chiaramente in amianto. Le altre costruzioni hanno avuto invece un destino diverso, con tetti crollati in larga parte, macerie accatastate laddove un tempo c’era un qualche utilizzo. Chissà quale.


Da questa zona alle camerate saranno circa duecento metri tra asfalto sconnesso, rovi ed erbacce. Iniziamo l’avvicinamento quando, nell’angolo sud-ovest nel bosco, scorgiamo due persone che stanno scendendo verso l’ex caserma. Ci fermiamo all’istante per vedere cosa fanno, loro ci vedono e fanno altrettanto, invertendo immediatamente la rotta. Uno di noi rivolge loro una sorta di cenno di saluto, come per rassicurarli. La coppia di uomini torna sui suoi passi, nuovamente diretta verso il cuore di questo posto. Nascosti dall’erba alta fin quasi al petto, arrivano dove siamo noi. Le nostre attrezzature fanno chiaramente capire le intenzioni tutt’altro che bellicose, le loro in compenso lasciano piuttosto perplessi: hanno due grandi borse frigo. Caldo pazzesco, per carità, ma tutto troppo “losco” per aggrapparsi a una scusa così fragile. I due soggetti sono in tenuta estiva ma con anfibi ai piedi, chiediamo loro che ci fanno in un posto come questo, ci rispondono che stanno cercando il cane con tanto di fischi e richiami generici. Si, va beh. Sono piuttosto tarchiati e non indaghiamo oltre, abbiamo ancora cose da vedere qua dentro e parrebbe pure loro, seppur con motivazioni decisamente diverse. Lo scopriremo dopo poco. Che situazione surreale. Come se due gruppetti si fossero accidentalmente incontrati in un enorme museo del degrado a cielo aperto, ognuno col suo percorso (ed intenzioni) nella testa. Li vediamo mentre spariscono tra l’erba alta diretti al lato opposto, quello che ci aveva “accolto” al nostro arrivo. Noi proseguiamo verso le camerate.
Siamo già qui da diverse ore e non riusciamo a visitarle tutte, ci rendiamo conto che sono davvero tante e per giunta alcune sono danneggiate al punto da essere inaccessibili. Dove si riesce non mancano comunque gli spunti di riflessione, in un contesto di devastazione totale. Dopo ogni soglia la prima cosa che si nota è una vecchia cabina telefonica, apparecchi asportati, è rimasta giusto qualche cornice. Anche qui è fin troppo facile immaginare i pensieri, la nostalgia dei soldati chiamando i parenti, le fidanzate, gli amici del paesino o della città. Dietro gli angoli di questi “primi ingressi” i corridoi con le varie camerate, pareti a pezzi, porte e persiane sradicate, adagiate a terra o inclinate sui muri. A terra calcinacci e piante trasportate dal vento, caos ad ogni passo, tegole e assi di legno ciondolanti, dove il soffitto ancora c’è.  Dirigiamo il passo verso il punto da dove siamo entrati, c’è rimasta da visitare la torretta diroccata e un altro edificio, o almeno questo è quello che crediamo. Partiamo dall’edificio su due piani, all’esterno dell’ingresso i resti dell’insegna “infermeria”, ridotta a brandelli dai vandali. L’esplorazione di questo ambiente si ferma tuttavia al piano terra (tanto per cambiare, a pezzi), al piano superiore si sente infatti distintamente la presenza di persone. La coppia incrociata in precedenza, per la cronaca. Ma quale cane. Questi con martello e piccone stanno asportando qualcosa dall’ex caserma (forse mattonelle, quelle non distrutte sono in buone condizioni), le borse frigo le usano come contenitori, magari con giusto un paio di bottigliette d’acqua per idratarsi un minimo. In questo mare di devastazione molte cose sono distrutte, irriconoscibili, qualcosa comunque si è salvato. E quel poco che è rimasto è alla mercè di chiunque. Pazzesco.
Prima che questi le picconate magari le tirino a noi, andiamo verso la torretta per poi uscire definitivamente. Questa specie di torre è un rudere con mattoni a vista, progressivamente sgretolati dagli agenti atmosferici. Il giro-scale per andare verso la sommità è strettissimo, angusto, pieno di ragnatele, polvere e calcinacci sbriciolati dall’alto. Al secondo dei tre mini piani è cresciuto perfino un albero, proiettato nella sua crescita verso l’esterno, verso la luce. Arrivati in cima a questa costruzione è incredibile ruotare lo sguardo a 360°, rendendosi una volta di più conto delle dimensioni pazzesche di questo posto, e delle condizioni in cui versa.


E’ il momento di scendere, di uscire da questo devastante e devastato contesto. Prima però un’ultima occhiata tutt’attorno. Giusto il tempo di chiudere gli occhi, ascoltando il rumore degli uccelli e delle piante agitate dal vento, le persiane che sbattono (ove presenti), il sinistro sibilo di grosse porzioni di lamiera, l’inquietante eco delle martellate laggiù in fondo, ennesima violenza in corso. Un’ex caserma grande quanto un intero paese, abbandonata al suo destino, ridotta a un ammasso di macerie, violata da chiunque.

Sul sito del Comune di Trieste è presente una dettagliata relazione geologica datata 2001, dove l’ente si definisce anche intenzionato ad acquisire l’area, per trasformarla in canile e cimitero per animali, uno dei tanti progetti annunciati e mai partiti. Tra le ipotesi per un periodo si è parlato anche di un possibile penitenziario. Niente si è mai concretizzato.

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VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=_PV-6GUuqNg