Ex bar Charlie – Trieste

Un edificio senza tetto e ormai ridotto a un rudere. E’ tutto quel che resta dell’ex bar Charlie, su strada per Basovizza 2, una trentina d’anni fa locale aperto al pubblico. Rifugio per senza tetto e meta di sbandati, nel 2009 è stato anche colpito da un violento incendio, attribuito a un’origine dolosa, forse proprio a causa di alcuni bivacchi presenti all’interno. La porta d’entrata del bar abbandonato era stata forzata e dentro era stata trovata una tanica di carburante. Incidente quindi o rogo voluto. Perché non si sa, visto che già all’epoca la struttura era fatiscente.

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Poche le notizie sulla sua attività, c’è chi lo ricorda come un locale notturno, chi come bar gelateria, chi ancora come bar con annessa carrozzeria. Qualunque ricordo in ogni caso è stato spazzato da agenti atmosferici, danneggiamenti e anni di oblio totale.

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Tra le poche informazioni che si trovano in rete c’è il verbale dei vigili del fuoco, dopo il rogo più violento scoppiato all’interno.

Alle ore 05.05 del 24 marzo 2009, la Sala operativa dello scrivente Comando ha ricevuto una chiamata di soccorso che segnalava lo svilupparsi di un incendio nei locali dell’ex Bar Charlie sito in strada di Basovizza al civico 2 a Trieste. Immediatamente sono state inviate sul posto 2 autopompe, 1 autoscala, 1 fuoristrada e 1 autobotte con 1 funzionario, 2 capisquadra, e 13 vigili che sul posto hanno provveduto ad attaccare l’incendio dall’esterno e utilizzando l’autoscala, dall’alto in quanto, le fiamme, che si erano sprigionate al primo piano, avevano gia intaccato le strutture del tetto facendo crollare parte della copertura in tegole. Altri vigili nel frattempo entravano nei locali nei quali notavano la presenza di indumenti e scarpe. Tale rinvenimento faceva presagire la presenza di persone all’interno, considerato anche il fatto che lo stabile, essendo disabitato, è gia stato utilizzato da alcuni senzatetto come rifugio. Dopo aver spento l’incendio, si e’ dovuto quindi effettuare l’opera di smassamento dei detriti per controllare minuziosamente se qualche persona fosse rimasta coinvolta. Si e’ reso necessario inoltre, puntellare parte delle strutture che a seguito dell’incendio risultano ora pericolanti. Durante il controllo, nelle vicinanze, si rinveniva una tanica che, una volta aperta, rivelava la presenza di benzina. La stessa, veniva posta sotto sequestro da parte della Polizia di Stato. Per questo motivo, e per il fatto che lo stabile è disabitato da tempo, le cause dell’incendio con ogni probabilità risultano essere dolose. Le operazioni di minuto spegnimento e di smassamento e controllo, al momento sono ancora in corso. I danni alle strutture, non ancora quantificati, risultano essere ingenti. Sul posto anche la Polizia Municipale.

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Ex caserma Pecorari – Lucinico (Gorizia)

Quando raggiungiamo Lucinico non è facile trovare questa ex caserma, chiediamo indicazioni agli abitanti della zona e arriviamo in una stradina, piena di villette ordinate, che distano solo pochi metri da quella che sembra una sorta di giungla. Invece si tratta dell’ingresso principale del sito.

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Non ci stupiamo poi molto, visto che un articolo recente apparso sul quotidiano Il Piccolo scriveva così: “È persino difficile capire che lì c’era una caserma. La vegetazione selvaggia si è talmente impadronita di tutti gli spazi e ha finito con l’inghiottire i portoni ormai arrugginiti e il muro di cinta della vecchia Pecorari”. Sappiamo che si tratta di un comprensorio molto ampio e decidiamo di percorrerne il perimetro.
Complessivamente è di oltre 61mila metri quadrati, 4500 dei quali circa suddivisi tra edifici, 16 in totale, tra uffici, alloggi, la mensa, magazzini e altri locali. L’ex caserma confina su due lati con la strada e su altri due con i campi ed è qui che il muro è stato abbattuto e come vedremo all’interno le incursioni sono state ripetute.

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Tutto è stato chiuso nel 1991 e su Facebook, come spesso accade, ci sono ancora gruppi di commilitoni che ricordano i periodi trascorsi qui, dove per decenni i militari sono stati di casa, nelle strade e nei locali di Lucinico. Poi la chiusura e la dismissione.
Nel tempo si sono alternate varie ipotesi, sul web si legge della possibilità di farne un centro di accoglienza, poi un carcere e ancora uno spazio per attività sportive, ma nulla di tutto ciò è stato avviato. E pensare che le potenzialità sono davvero tante.

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Camminiamo tra rovi, cespugli, rami, piante, tanto che in parecchi punti è difficile distinguere l’asfalto, ormai coperto da una fitta coltre di vegetazione. Incontriamo pure un serpente. Uno dopo l’altro ci appaiono i vari edifici, tutti o quasi con porte inesistenti e finestre rotte. Ci sono i magazzini delle vivande, gli uffici, le stanze per lo svago, dove il bancone di un bar è parzialmente intatto e in un ambiente vicino ci sono ancora le tende appese. Rimane anche qualche foglio con indicazioni e numeri semi cancellati dal tempo, alcuni simboli sui muri e qualche targhetta. Per il resto tutto è vuoto. Ecco apparire poi gli uffici e i locali per i quali ormai è impossibile capire l’originale destinazione. Alcune stanze sono pesantemente danneggiate, soprattutto dagli agenti atmosferici a causa dell’assenza di protezioni. Ce n’è una completamente allagata, un’altra dove il soffitto è crollato, altre ancora dove i muri sono scrostati e cadono a pezzi.

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Dentro scene viste già troppe volte, bagni con sanitari divelti, immondizie, escrementi, fili elettrici staccati, tutto rotto.
In uno stanzone si apre quello che resta di una grande mensa e in un ambiente più piccolo vicino ancora lo scheletro di un’imponente cucina, che serviva tutto il campo. E’ la parte che più ci colpisce perché parla di quotidianità, di attrezzature che venivano utilizzate abitualmente e che ancora sono ben distinguibili nonostante la distruzione totale che regna in questo angolo dimenticato.

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Siamo davanti a un’altra, l’ennesima, cittadina militare lasciata al suo destino.

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Ex inceneritore – Trieste

Vasche con ristagni di acqua maleodorante, atti vandalici che hanno distrutto, come capita spesso, tutto quello che si poteva danneggiare dentro, attrezzature e strumenti rimasti. E all’esterno ecco la grande struttura ormai abbandonata al suo destino. Ci troviamo all’ex inceneritore di Giarizzole, a Trieste.

L’impianto venne inaugurato a Trieste nel 1972 e rimase attivo fino alla fine del 1999. Il complesso edilizio era formato principalmente da un alto corpo di fabbrica per lo smaltimento dei rifiuti, una palazzina più bassa, con una serie di entrate per le operazioni di raccolta e stoccaggio dei rifiuti, e un altro edificio a un piano che un tempo serviva come ufficio, officina e spogliatoio del personale. Chi è entrato dopo la dismissione ha distrutto le pulsantiere dei comandi, la zona degli armadietti dei dipendenti, imbrattando muri e macchinari, che in gran parte sono stati divorati anche dalla ruggine. Uno scenario surreale, tra immondizie ancora presenti e ferraglia gettata qua e là. A impressionare in assoluto è sicuramente il grande braccio meccanico, che un tempo scaricava tonnellate di roba.


Di proprietà del Comune di Trieste, negli ultimi anni è in uno stato di evidente degrado, mentre gli esterni sono ancora parzialmente utilizzati. Nel piazzale infatti si trovano rifiuti che vengono ancora divisi per essere smaltiti, oltre a contenitori e una lunga serie di pietre. Il perimetro della fabbrica è delimitato da una recinzione metallica e da un muro, distrutti in diversi punti . L’ingresso principale si trova su Via Giarrizzole ed è costituito da un cancello automatico in ferro, il cui meccanismo, anche in questo caso, è stato irreparabilmente danneggiato.

Sul retro della fabbrica, si trovava l’ impianto che serviva per l’eliminazione dei fumi provenienti dalla combustione dei rifiuti e convogliati, attraverso un sistema di depurazione, verso la ciminiera in acciaio della fabbrica. L’ultimo sopralluogo, riportato sul sito del Comune di Trieste, risale al 2005 quando la struttura viene descritta così “Lo stato di degrado della fabbrica è localizzato in prevalenza sulle strutture esterne. In particolare, le strutture in metallo sono arrugginite lungo le superfici e i giunti di collegamento”. Veniva anche sottolineato come “In molti punti internamente, la superficie dei muri è ricoperta da fuliggine provocata dalla combustione e lavorazione dei rifiuti”. In realtà negli ultimi dieci anni la situazione, come si nota dalle foto, è peggiorata.


Nel 2013 si rileva un intervento da parte del Comune di Trieste per la rimozione di lamiere e altri materiali che potevano contenere amianto e l’area dell’ex inceneritore appare più volte in articoli sul giornale e sul web dove si parla di zona che necessita di un ampio intervento di bonifica.

 

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Ex fabbrica Fissan

Chi non ha mai avuto in casa un prodotto Fissan, Glysolid, Depilzero o Badedas? Pochi sanno però che per lungo tempo questi marchi sono stati realizzati a Trieste, nella fabbrica nata originariamente per la linea Fissan, che venne fondata proprio da un triestino, Osiride Brovedani, nel 1930. Successivamente, grazie all’incontro con il ricercatore Arthur Sauer, 650 ospedali adotteranno i prodotti del marchio in tutta Italia e l’azienda diventerà importante a livello nazionale. Negli anni ’80 Raffaele De Riu succede a Brovedavi e lo sviluppo continua con un’impronta più moderna. Dal 1970 al 1985 la Fissan raggiunge posizioni leader in Italia (detenne il 90% del mercato del settore), crescendo di notorietà anche grazie alla sponsorizzazione della squadra di calcio della Triestina nei primi anni ’80.

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Nel 1985 il marchio Fissan viene acquistato dalla società inglese Beecham, che segue direttamente lo stabilimento di Trieste. All’inizio degli anni ’90 passa all’americana Smith Kline, e poi nel ’93 alla Sara Lee, che nel ’99 la cede alla Cover. Nel frattempo vengono prodotti altri marchi noti all’ interno dello stabilimento triestino, di oltre 17mila metri quadrati, composto da varie palazzine e grandi strutture. Nel 2006 la chiusura definitiva, che lascia 55 dipendenti senza lavoro. Dal 2008 viene messa in liquidazione e da allora tutto è stato abbandonato nonostante alcuni tentativi di vendita. Dopo anni di distruzione e atti vandalici, che siamo riusciti a documentare, recentemente lo stabilimento è stato completamente svuotato e pulito, forse per tentare una nuova vendita.

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Ma come si è giunti a questo punto? Il fatturato nei primi anni 2000 si aggira sui 25 milioni di euro. Nessun segnale di difficoltà. A un certo punto però la multinazionale americana Sara Lee, proprietaria dei marchi prodotti della stessa Cover, comunica di non voler rinnovare il contratto in scadenza a fine anno. La Cover si trova senza sbocco per le proprie produzioni, ed è stata costretta alla messa in liquidazione.
Prima ancora la Sara Lee aveva spostato in Inghilterra la produzione di alcuni detergenti e quella della polvere Fissan in Indonesia. L’inizio della fine.

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Nel 2010 si legge sul quotidiano Il Piccolo: Verrà venduto all’asta il 7 luglio il complesso che per decenni ospitò la Fissan, storico marchio di prodotti per l’infanzia fondato nel 1930 dal triestino Osiride Brovedani. Un triste epilogo per quelle strutture che hanno fatto la storia del comparto industriale della città. L’intero complesso suddiviso in tre lotti per oltre 17 mila metri quadrati verrà battuto all’asta dal tribunale di Parma – dove aveva sede la Cover – partendo dal prezzo base di 6 milioni 210 mila euro. La più importante delle tre unità, che conta 6460 metri quadrati e parte da una base d’asta di 3 milioni e 350 mila euro, un tempo ospitava l’area destinata alla lavorazione, al deposito delle materie prime e dei prodotti finiti nonché gli uffici amministrativi e la mensa. Il secondo e terzo lotto – che partono rispettivamente da una base d’asta di un milione 170 mila e un milione 690 mila euro – conservano ancora il ricordo dei magazzini e delle officine dove un tempo si stoccavano e si imballavano i famosi contenitori della pasta Fissan presente nel set per la cura dei bebè.
L’asta non andrà buon fine. Il comprensorio sarà nuovamente lasciato in balia dei vandali, fino all’opera di pulizia recente.

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Quando ci siamo stati nel 2015, dentro ormai sembrava fosse passato un tornato, che aveva rovinato ogni cosa, dai laboratori alle sale di produzione, dai macchinari al nastro del confezionamento, dagli uffici ai magazzini, dalla soffitta che conteneva la storia della fabbrica agli spazi esterni dove si trovava abbandonata pure un’automobile. L’aspetto più sorprendente erano le migliaia e migliaia di scatole con prodotti ancora integri, creme di tantissimi tipi, oltre a lozioni e detergenti, tutto scaduto da oltre un decennio…

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Nel frattempo abbiamo ritrovato sul web alcuni ex lavoratori dello stabilimento, che hanno condiviso con noi i loro ricordi.
Posso dire da parte mia – scrive Max – che ci fu un periodo in cui l’azienda andava bene con relative assunzioni di diversi giovani, per cui ci ritrovammo in un ambito famigliare e si creò un legame tra noi che dura ancora adesso. Fu un periodo per noi più giovani di crescita e speranze in un futuro. Purtroppo i successivi cambi di proprietà e la vendita del marchio portò alla inevitabile fine di un azienda fino a quel momento sana e competitiva, resta comunque in noi il ricordo (forse distorto dal tempo) di un bel periodo“.

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Ho lavorato alla Cover (ex Fissan) dal 2000 al 2003 – racconta Roberta – essendomi diplomata nel ’98 è stata la mia prima esperienza lavorativa e devo dire che mi sono trovata davvero benissimo, colleghi fantastici, con qualcuno mi vedo e sento abbastanza ancora oggi..dopo 13 anni.. E con tutti ci vediamo almeno una o due volte l’anno quando organizziamo le rimpatriate, è molto triste vedere com’é ridotta.. Mi sembra sia passato pochissimo da quando era ancora in attività.. Al piano superiore gli uffici, sotto il reparto di miscelazione delle materie prime per far le creme.. Più avanti il reparto di confezionamento dove lavoravo io.. Pieno di macchinari, ognuno impegnato nella lavorazione di un prodotto..pasta fissan, bagnoschiuma per bimbi, leocrema, Glysolid.. E poi più sotto, distaccato dal resto, un altro edificio dove c’erano i laboratori, il reparto polveri (si confezionava il talco) e il reparto strisce (strisce depilatorie depilzero). Capitavano anche otto ore sedute a contare e imbustare strisce…li il tempo non passava mai,  per tutto il resto invece si stava benissimo…gli orari poi..fantastici! Grazie a Triesteabbandonata che si è interessata non solo a quel che resta della fabbrica, ma anche a chi ha bellissimi ricordi legati ad essa“.

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Solo oggi dopo aver lavorato in varie aziende – dice Fabiana – mi rendo conto di quanto siamo stati fortunati lì….ancora oggi quando sono sul lavoro mi capita spesso di pensare a quando ero alla Fissan e fare paragoni…..Eravamo come una grande famiglia, disposti comunque in ogni caso ad aiutarci tra di noi….E abbiamo avuto la fortuna di avere dei dirigenti sempre disponibili e disposti al dialogo per qualsiasi problema. Rimpiangerò sempre la Fissan….un pezzo di vita e cuore è rimasto fermo lì al 2006……Potessi avere una bacchetta magica, la rifarei nascere all’istante“.

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La Fissan rimarrà per sempre nel cuore di tutti noi. – aggiunge Monica – arrivata in azienda nel 1993 ci sono rimasta fino alla chiusura totale. Anzi io sono rimasta a casa a inizio giugno 2006 in maternità, però purtroppo, poi non sono più ritornata. Ne abbiamo passate tante. Abbiamo trascorso momenti belli e momenti brutti.. eppure io, personalmente, ricordo volentieri solo quelli belli! Se solo si potesse ritornare indietro“.

Il marchio Fissan comunque, al pari degli altri, esiste ancora e ovviamente la produzione si trova in altre città.

Molte altre foto sull’ampio reportage su Facebook: Triesteabbandonata