Ville abbandonate – prima puntata

Sono ville vecchie, abbandonate al loro destino, dimore spesso grandi, nascoste, ma che mostrano ancora i segni di un vissuto quotidiano ormai lontano, abitazioni appartenute a enti pubblici o privati e date in affitto a persone che poi, non si sa perché, sono state costrette a lasciarle. Ma ci sono anche edifici privati, aperti, violati e non tutelati, che qualcuno ha dimenticato senza cura e manutenzione da decenni.

Nei prossimi mesi vi porteremo alla scoperta di alcune ville in cui ci siamo imbattuti nelle nostre ricerche e nei nostri sopralluoghi. Molte, come quella che vi mostriamo oggi nelle foto, sono ancora piene di mobili e oggetti, e per tutelarle, almeno finché si può, non daremo mai indicazioni sul luogo preciso dove trovarle. Siamo consapevoli infatti che alcune persone interessate ai beni abbandonati non lo sono per nobili scopi…..Il nostro unico obiettivo invece, con il progetto Triesteabbandonata, è quello di denunciare lo stato di abbandono di determinati siti o di recuperarne la storia. E speriamo in tal senso di sensibilizzare prima o dopo qualcuno, documentando allo stesso tempo preziosi spaccati di una Trieste che non c’è più. Nel caso delle ville in particolare è affascinante vedere mobili, elettrodomestici e oggetti che appartengono ormai a tantissimi anni fa e che ci riportano indietro nel tempo. E che lì rimangono.

La villa che vediamo qui nelle foto è isolata, in mezzo al verde, abbandonata da almeno una decina d’anni, anche se le condizioni pessime che troviamo all’interno ci mostrano come la manutenzione sia carente anche da più tempo. Il tetto in una zona è puntellato, sostenuto da una trave di legno, a rischio crollo e già con parecchi buchi. Anche in altre stanze il soffitto è caduto, forse a causa di infiltrazioni, che hanno portato il legno a a marcire gradualmente. La dimora è grande, due piani con una vasta cantina, da alcune indicazioni pare fosse divisa in due alloggi.


Dentro restano mobili che possiamo datare tra gli anni ’50 e ’60, qualcuno più recente. La casa non era dotata di riscaldamento e troviamo ovunque vecchie stufe, doveva trattarsi di ambienti molto freddi, considerando anche pareti e tetto rattoppati in più punti.
Sembra appartenesse a un ente pubblico che l’aveva affittato a privati, forse un tempo lavoratori dello stesso ente, e sembra che l’ultimo inquilino fosse un uomo anziano e con difficoltà di movimento. In una stanza è rimasta anche una sedia a rotelle che avvalora le testimonianze che abbiamo raccolto.

Nei piani abitativi ci colpisce la cucina, ancora con la tovaglia di plastica fissata al tavolo, accanto stufe, l’angolo cottura, mobili scrostati e svuotati. Nella vicina stanza da letto nei cassetti troviamo le carte di giornale, che un tempo si usavano prima di riporre abiti e altre cose. Sono pagine che risalgono agli anni ’60. E ancora notiamo un vecchio frigo, un divano polveroso, armadi, reti e comò.

Ci spostiamo nella cantina, anche se il soffitto che cade sopra le nostre teste non è molto sicuro. Ci fermiamo poco. Qui c’è davvero di tutto, vecchie radio, televisori, tante bottiglie di diverse annate, quotidiani e riviste degli anni ’60 e ’70, le ruote di una vecchia carrozzina, un box per bambini, mobili, taniche, ancora stufe, gabbie di canarini, ceste e scatoloni. Chissà se prima o poi qui qualcuno passerà a riprendere almeno i ricordi del passato o finiranno sepolti tra i crolli che purtroppo qui paiono proprio inevitabili…

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Fabbricato abbandonato nel Carso

Siamo sull’altipiano Carsico, a pochi chilometri da Trieste, in mezzo al verde, quando da un sentiero ecco apparire un comprensorio, enorme, fatto di vari fabbricati insieme, forse costruiti in epoche diverse. A un primo sguardo ci sembra un’ex fattoria, perché siamo in mezzo alla natura, è difficile distinguere qualche segno dell’originale funzione, molte stanze hanno il tetto crollato, in alcuni punti anche il pavimento non esiste più, ovunque assi di legno, calcinacci e tegole. Poi alcune scale che portano a un ballatoio, che forse dava su una sorta di cortile.

Ma dai suggerimenti di alcuni dei nostri utenti che ci seguono su Facebook, possiamo dire che probabilmente questo sito era un ex laboratorio per il marmo o comunque per altre pietre, perché ci troviamo non lontano da alcune e cave e perché diversi ambienti, a un esame più approfondito, ricordano quelli di un’officina. Pensandoci bene forse poteva essere entrambe le cose, magari un fabbricato a uso abitativo e rurale e poi un’altra parte destinata invece all’attività lavorativa vera e propria.

Dentro comunque troviamo pochi, pochissimi oggetti che parlano del passato. Un angolo cottura, anzi soltanto la cappa, lo scheletro di un divano, la porta di un frigorifero e poi una sorta di forno, con una grande porta in ferro, sotto cavi e tubature. Ed è proprio qui che notiamo una data, 4 aprile 1962, che si riferisca alla costruzione del complesso? Non lo sappiamo.

Alcune parti del fabbricato sono più danneggiate di altre, che in ogni caso sono ridotte in pessime condizioni. Tutto pare abbandonato da decenni al suo destino, senza recinzioni, senza cartelli, senza nessuna indicazione. Nel verde spunta un carrello e ancora in una stanza notiamo alcuni supporti di ferro, forse servivano proprio per bloccare le lastre di pietra da tagliare, ma anche in questo caso restiamo nel campo delle ipotesi. E all’estero impilate troviamo pure lastre di pietra tutte uguali, forse arrivavano proprio dalla cava della zona, ce n’è una abbandonata, non lontano.

Continuiamo a girare attorno ai muri perimetrali, entrando dove possibile, e si scorge ancora qualche segno della vita di un tempo, seppur minimo, come una scala, una balaustra arrugginita, caduta e semi piegata, qualche pneumatico, rifiuti domestici e abbigliamento dismesso.


E quando stiamo per andarcene ecco stagliarsi nell’erba al carcassa di un’automobile, davanti alla facciata dell’edificio. Sembra sia stata compressa. forse data anche alle fiamme, impossibile distinguere il modello. Chissà poi perché è stata ridotta in questo stato.

Lasciamo questo luogo dimenticato da tutti, consapevoli che ancora una volta un altro sito produttivo non è stato riutilizzato ma semplicemente chiuso e abbandonato. E stando alle condizioni generali, forse basterà qualche anno perché tutto si riduca solo a un grande cumulo di macerie…

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Ex teleferica Italcementi

Per decenni i triestini sono stati abituati a vedere sopra le loro teste, in diverse zone della città, i carrellini della teleferica Italcementi, che funzionavano senza sosta dalla cava allo stabilimento, una struttura che da due anni non esiste più e che in parte ora giace abbandonata.
Ma facciamo un passo indietro.
Risale al 1938 un primo progetto Italcementi per realizzare una cementeria a Trieste, progetto ripreso nel dopoguerra. La prima pietra viene posata il 21 gennaio 1951. Il calcare proviene dalla cava S. Giuseppe collegata alla cementeria con una teleferica. Tra le date da ricordare l’anno 1959, quando viene completata la realizzazione del pontile di 200 metri con gru e inizia l’esportazione del cemento via mare: 5 navi per complessive 13mila tonnellate in sacchi destinati al Vietnam e all’Africa.
La teleferica sarà smantellata nel 2014.

Nel 2005 l’impianto triestino balza sulle cronache nazionali per cinque carrelli sganciati nel percorso che va dallo stabilimento alla cava e precipitati al suolo, quattro in alcuni campi sottostanti e uno su un piccolo ponte. L’incidente non causa danni o feriti.

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Lentamente intanto lo stabilimento cambia e nel 2014 è il quotidiano Il Piccolo ad annunciare lo smantellamento della tratta.
“E’ stata smantellata la teleferica dell’Italcementi: un altro pezzo dell’economia triestina è così stato fatto a pezzi – si legge – ecco come sono finiti i famosi “vagoneti” che per più di 40 anni sono passati sopra le teste dei triestini da via Caboto, attraverso via Flavia e via di Vittorio per arrivare fino a San Giuseppe. Con l’accordo nazionale siglato dalle organizzazioni sindacali nel gennaio scorso, lo stabilimento triestino dell’Italcementi ha rinunciato a tutta l’area produttiva ed è stato sostanzialmente ridimensionato a centro di distribuzione, pur mantenendo anche un minimo di attività di macinazione. Sono rimasti a lavorare soltanto i 21 dipendenti previsti dall’organico futuro e i 44 in esubero sono entrati definitivamente in cassa che già a fine anno potrebbe trasformarsi in mobilità. La prima pietra della fabbrica triestina di Italcementi era stata posata il 21 gennaio 1951 e il forno, ora dismesso, era entrato in esercizio il 28 luglio 1954”.

Ora la parte a monte, quella accanto alla cava, da dove partiva il materiale, è completamente abbandonata, dentro ancora i segni degli operai, qualcuno ha dimenticato un casco e un giubbotto, poi enormi macchinari ormai arrugginiti e fermi, in un silenzio irreale. Come quello che si respira all’inizio dell’antro da dove uscivano i vagoni e dove veniva estratto il calcare. Tante le pulsantiere ormai polverose, gli interruttori bloccati, gli ingranaggi fermi, i contatori chiusi. Lo stabilimento ormai è un insieme di strumentazioni e calcinacci che si erge sulla città, con una meravigliosa vista sul golfo, in mezzo al verde.

Nel 2015, in una notte di agosto, su incarico del proprietario Ezit, una squadra si occupa prima a lavorare con la fiamma, poi ad abbassare, successivamente a spostare nell’adiacente area-cantiere il ponte che scavalca via Flavia, una struttura molto conosciuta perché l’arteria sottostante è molto trafficata e sopra in tanti notavano ogni giorno il passaggio dei vagonetti della teleferica verso via Caboto. Lungo una trentina di metri, pesante 26 tonnellate a base di ferro (soprattutto) e legno, costruito nel 1952, il manufatto viene smontato, con il supporto di una gru, e fatto a pezzi: il ferro così ricavato diventerà materiale riciclabile a uso industriale. Viene eliminato così anche l’ultimo singolo della storica teleferica.

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