Ex Filatura di Torre di Pordenone.

E’ il 1839 quando la ditta triestina Cotonificio Beloz Fratelli & Blanch decide di costruire a Pordenone un grande impianto per la filatura del cotone. Un comprensorio che avrebbe fatto storia, ma che a distanza di tanti anni è diventata una cattedrale nel deserto, abbandonata, semi distrutta e vandalizzata.

La fabbrica viene ultimata nel 1842 e inizia a produrre nel 1843, crescendo in modo esponenziale gli anni dopo, tanto che nel 1866 i dipendenti sono oltre 600. Nel 1895 subentra la Società Anonima Cotonificio Veneziano, che realizza nuove strutture.

Nel 1916 e nel 1917, due incendi mandano in fumo alcuni fabbricati, rapidamente ricostruiti con tanto di ampliamento. Nel 1948 un altro passaggio di consegne. La fabbrica viene acquistata dal gruppo SAICI-SNIA Viscosa, aumenta ancora gli spazi e procede nella vasta produzione.

Come per altri cotonifici in diverse zone d’Italia, poi arriva la crisi. Nel 1984 lo stabilimento venne dismesso. Da allora tutto è stato abbandonato, solo i macchinari interni sono stati rimossi mentre gli edifici sono stati dimenticati al loro destino. Finestre in frantumi, porte divelte, pezzi di muro e di coperture caduti sono ciò che resta della gloriosa realtà produttiva, avvolta dall’ esterno anche da una vegetazione incolta, che si sta lentamente divorando le pareti, interne ed esterne.

Difficile immaginare, guardando questi scenari, che qui un tempo lavoravano a ritmo incessante centinaia di persone. Le uniche “attrezzature” che restano sono rifiuti un po’ ovunque, accumulati nel corso degli anni. Un destino molto simile a un altro cotonificio della regione, di cui vi abbiamo già parlato, l’ ex Olcese di Trieste.

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Ex Officine Laboranti

Un immenso comprensorio abbandonato tra degrado e atti vandalici. Sull’altipiano carsico, tra palazzine e grandi capannoni, ci sono le ex officine meccaniche Laboranti. L’azienda, fondata nel 1945, impegnata nel settore del restyling e della manutenzione dei convogli ferroviari, negli ultimi tempi si occupava anche della bonifica delle vecchie carrozze ferroviarie dall’amianto.


Nel 1945 aveva ha iniziato il rapporto con le Ferrovie dello Stato con un contratto di appalto per la manutenzione di veicoli ferroviari. Allo stesso tempo vennero stipulati diversi accordi con società private proprietarie di carri serbatoio, per eseguire le revisioni periodiche e le modifiche al fine di adeguarli alle richieste tecniche per la circolazione sulla rete ferroviaria europea. L’ attività esclusiva proseguì sino alla fine degli anni ’80 quando, per diversificare l’attività, vennero ampliati i settori della carpenteria, della costruzione di impianti e delle manutenzioni industriali.

La data esatta della chiusura è difficile da reperire, si sa però che nel 2010 la crisi era già forte. Il Piccolo all’epoca scriveva “Da nove mesi senza lavoro e da oltre tre senza un euro: è la situazione in cui si trovano a causa di una forte crisi di commesse i 25 dipendenti delle Officine meccaniche Laboranti. Da dicembre l’attività dell’azienda è pressoché azzerata dopo aver funzionato per sei mesi a ritmi ridotti. I lavoratori, 19 operai e 6 impiegati, sono passati dalla cassa integrazione ordinaria a quella straordinaria, ma da oltre tre mesi non vedono un euro”.


In un altro passaggio dell’articolo erano gli stessi lavoratori, a spiegare il momento di difficoltà patito. “Abbiamo eseguito manutenzione e riparazione – dicevano – di veicoli ferroviari passeggeri, merci e locomotori assicurando professionalità e qualità a tutti i cittadini che in sessant’anni si sono serviti dei treni. Da alcuni anni però Trenitalia fa riparare i veicoli ferroviari da società estere o nazionali che praticano il dumping attraverso i subappalti favorendo i propri profitti a scapito della qualità del servizio e della sicurezza degli utenti. Con la stessa logica i veicoli ferroviari regionali vengono fatti riparare e revisionare altrove”.

Al momento le officine, la palazzina uffici e tutti i capannoni sono stati fortemente danneggiati da atti vandalici. Dentro restano ancora carte, contenitori e documenti che appartengono agli ultimi anni di lavoro, e ancora qualche mobile, mentre tutte le attrezzature ormai non esistono più.

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Ex mulino Variola – Cervignano

L’ex mulino Variola, a Cervignano, originariamente di proprietà della famiglia Fabris, è stato edificato agli inizi del XX secolo.

Nel 1932 la proprietà passa ufficialmente ai Variola, che decidono di portare a Cervignano il loro secondo centro di molitura. Il complesso è composto da: il silos, il mulino per grano e quello per mais che negli anni ’50 diventa magazzino per farina. Le materie prime arrivano da diverse zone, vengono sistemate nel silos per passare poi alla lavorazione e al prodotto finito che viene spedito in tutto il mondo dal porto di Trieste. Negli anni ’70 lo stabilimento subisce alcuni interventi di ammodernamento e continua a produrre con ottimi ritmi, fino al 1990, quando viene dato in affitto ad un’altra società, che lo gestisce per tre anni. Nel 1993 l’attività smette. Da allora viene abbandonato, nonostante progetti di riqualificazione presentati ma mai decollati. L’area è enorme, 27mila metri quadrati.


Secondo una scheda tecnica reperibile in rete, i manufatti del sito sono tre principali più altri minori. I grandi sono il mulino da grano, quello da mais e il silos, figurano poi la villa del direttore, la portineria e la palazzina degli uffici.
Sempre secondo la scheda il mulino era alimentato in passato con l’elettricità in parte acquistata e in parte prodotta grazie all’energia idraulica.


Nel 1959 a Cervignano venivano realizzate farine speciali ad alto tenore di glutine; farine per pane e per biscotti; crusche; cruschelli e farinacci per alimentazione bestiame. Negli anni ’60 erano impiegati circa 50 operai, il mulino lavorava a ciclo continuo e produceva giornalmente 124 tonnellate di prodotti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale i Variola costruiscono a Trieste un terzo mulino diventando così i veri leader del settore in Fvg.
Il lento declino e il degrado arrivano poco alla volta, a causa di una generale mancanza di manutenzione e controllo del sito, dopo la chiusura dell’attività.


Agli inizi del 2000 un incendio distrugge la copertura a falde, sorretta da una struttura in legno, e i solai del corpo posto lungo la roggia e addossato a Nord-Est del mulino da grano, comunicante con i locali della centrale idroelettrica.
A giugno 2008 Il Piccolo parla di una nuova vita per l’ex mulino con un progetto che potrà prevedere una sorta di mini paese al posto della realtà produttiva, la possibilità di realizzare interventi residenziali, per servizi e attrezzature sociali e di artigianato e ancora strutture ricettive e pubblici esercizi, uffici pubblici e privati, attrezzature collettive, come palestre e centro benessere, attività commerciali. Nel rispetto di alcuni vincoli esistenti. Si ipotizzano anche aree verdi, parcheggi e piste ciclabili.


Il giugno del 2012 scoppia un principio di incendio, solo il tempestivo intervento dei pompieri limita le fiamme e di nuovo si parla dell’esigenza di recuperare il sito. Esiste un progetto, viene ricordato, di un privato, in accordo con il Comune, ma bloccato da intoppi burocratici.
A dicembre del 2013 ne parla il Messaggero Veneto dopo aver ricevuto una mail dei residenti che lamentano lo stato di degrado in cui versa la zona e anche il canale adiacente. Chiedono a gran voce un intervento immediato di pulizia e messa in sicurezza.


Nel marzo del 2015 tornano a farsi sentire i cittadini che segnalano danneggiamenti nella zona, da parte di chi occupa abusivamente l’ex mulino. La gente chiede vengano murati gli ingressi o che si preveda un sistema di protezione per evitare i bivacchi e il via vai indisturbato di persone, soprattutto nelle ore notturne.
A marzo 2016 il Messaggero Veneto raccoglie nuovamente le proteste degli abitanti della zona, che segnalano bivacchi notturni all’interno della struttura, atti vandalici e soprattutto un’invasione di ratti, portata anche all’attenzione del Comune.
Per il momento tutto è sempre in uno stato di abbandono e degrado.

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Fabbricato abbandonato nel Carso

Siamo sull’altipiano Carsico, a pochi chilometri da Trieste, in mezzo al verde, quando da un sentiero ecco apparire un comprensorio, enorme, fatto di vari fabbricati insieme, forse costruiti in epoche diverse. A un primo sguardo ci sembra un’ex fattoria, perché siamo in mezzo alla natura, è difficile distinguere qualche segno dell’originale funzione, molte stanze hanno il tetto crollato, in alcuni punti anche il pavimento non esiste più, ovunque assi di legno, calcinacci e tegole. Poi alcune scale che portano a un ballatoio, che forse dava su una sorta di cortile.

Ma dai suggerimenti di alcuni dei nostri utenti che ci seguono su Facebook, possiamo dire che probabilmente questo sito era un ex laboratorio per il marmo o comunque per altre pietre, perché ci troviamo non lontano da alcune e cave e perché diversi ambienti, a un esame più approfondito, ricordano quelli di un’officina. Pensandoci bene forse poteva essere entrambe le cose, magari un fabbricato a uso abitativo e rurale e poi un’altra parte destinata invece all’attività lavorativa vera e propria.

Dentro comunque troviamo pochi, pochissimi oggetti che parlano del passato. Un angolo cottura, anzi soltanto la cappa, lo scheletro di un divano, la porta di un frigorifero e poi una sorta di forno, con una grande porta in ferro, sotto cavi e tubature. Ed è proprio qui che notiamo una data, 4 aprile 1962, che si riferisca alla costruzione del complesso? Non lo sappiamo.

Alcune parti del fabbricato sono più danneggiate di altre, che in ogni caso sono ridotte in pessime condizioni. Tutto pare abbandonato da decenni al suo destino, senza recinzioni, senza cartelli, senza nessuna indicazione. Nel verde spunta un carrello e ancora in una stanza notiamo alcuni supporti di ferro, forse servivano proprio per bloccare le lastre di pietra da tagliare, ma anche in questo caso restiamo nel campo delle ipotesi. E all’estero impilate troviamo pure lastre di pietra tutte uguali, forse arrivavano proprio dalla cava della zona, ce n’è una abbandonata, non lontano.

Continuiamo a girare attorno ai muri perimetrali, entrando dove possibile, e si scorge ancora qualche segno della vita di un tempo, seppur minimo, come una scala, una balaustra arrugginita, caduta e semi piegata, qualche pneumatico, rifiuti domestici e abbigliamento dismesso.


E quando stiamo per andarcene ecco stagliarsi nell’erba al carcassa di un’automobile, davanti alla facciata dell’edificio. Sembra sia stata compressa. forse data anche alle fiamme, impossibile distinguere il modello. Chissà poi perché è stata ridotta in questo stato.

Lasciamo questo luogo dimenticato da tutti, consapevoli che ancora una volta un altro sito produttivo non è stato riutilizzato ma semplicemente chiuso e abbandonato. E stando alle condizioni generali, forse basterà qualche anno perché tutto si riduca solo a un grande cumulo di macerie…

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Ex teleferica Italcementi

Per decenni i triestini sono stati abituati a vedere sopra le loro teste, in diverse zone della città, i carrellini della teleferica Italcementi, che funzionavano senza sosta dalla cava allo stabilimento, una struttura che da due anni non esiste più e che in parte ora giace abbandonata.
Ma facciamo un passo indietro.
Risale al 1938 un primo progetto Italcementi per realizzare una cementeria a Trieste, progetto ripreso nel dopoguerra. La prima pietra viene posata il 21 gennaio 1951. Il calcare proviene dalla cava S. Giuseppe collegata alla cementeria con una teleferica. Tra le date da ricordare l’anno 1959, quando viene completata la realizzazione del pontile di 200 metri con gru e inizia l’esportazione del cemento via mare: 5 navi per complessive 13mila tonnellate in sacchi destinati al Vietnam e all’Africa.
La teleferica sarà smantellata nel 2014.

Nel 2005 l’impianto triestino balza sulle cronache nazionali per cinque carrelli sganciati nel percorso che va dallo stabilimento alla cava e precipitati al suolo, quattro in alcuni campi sottostanti e uno su un piccolo ponte. L’incidente non causa danni o feriti.

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Lentamente intanto lo stabilimento cambia e nel 2014 è il quotidiano Il Piccolo ad annunciare lo smantellamento della tratta.
“E’ stata smantellata la teleferica dell’Italcementi: un altro pezzo dell’economia triestina è così stato fatto a pezzi – si legge – ecco come sono finiti i famosi “vagoneti” che per più di 40 anni sono passati sopra le teste dei triestini da via Caboto, attraverso via Flavia e via di Vittorio per arrivare fino a San Giuseppe. Con l’accordo nazionale siglato dalle organizzazioni sindacali nel gennaio scorso, lo stabilimento triestino dell’Italcementi ha rinunciato a tutta l’area produttiva ed è stato sostanzialmente ridimensionato a centro di distribuzione, pur mantenendo anche un minimo di attività di macinazione. Sono rimasti a lavorare soltanto i 21 dipendenti previsti dall’organico futuro e i 44 in esubero sono entrati definitivamente in cassa che già a fine anno potrebbe trasformarsi in mobilità. La prima pietra della fabbrica triestina di Italcementi era stata posata il 21 gennaio 1951 e il forno, ora dismesso, era entrato in esercizio il 28 luglio 1954”.

Ora la parte a monte, quella accanto alla cava, da dove partiva il materiale, è completamente abbandonata, dentro ancora i segni degli operai, qualcuno ha dimenticato un casco e un giubbotto, poi enormi macchinari ormai arrugginiti e fermi, in un silenzio irreale. Come quello che si respira all’inizio dell’antro da dove uscivano i vagoni e dove veniva estratto il calcare. Tante le pulsantiere ormai polverose, gli interruttori bloccati, gli ingranaggi fermi, i contatori chiusi. Lo stabilimento ormai è un insieme di strumentazioni e calcinacci che si erge sulla città, con una meravigliosa vista sul golfo, in mezzo al verde.

Nel 2015, in una notte di agosto, su incarico del proprietario Ezit, una squadra si occupa prima a lavorare con la fiamma, poi ad abbassare, successivamente a spostare nell’adiacente area-cantiere il ponte che scavalca via Flavia, una struttura molto conosciuta perché l’arteria sottostante è molto trafficata e sopra in tanti notavano ogni giorno il passaggio dei vagonetti della teleferica verso via Caboto. Lungo una trentina di metri, pesante 26 tonnellate a base di ferro (soprattutto) e legno, costruito nel 1952, il manufatto viene smontato, con il supporto di una gru, e fatto a pezzi: il ferro così ricavato diventerà materiale riciclabile a uso industriale. Viene eliminato così anche l’ultimo singolo della storica teleferica.

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Ex cotonificio Triestino – Ronchi dei Legionari

Ruderi che nascondo una storia lunga, un edificio considerato un tempo punto di riferimento per tanti lavoratori che qui arrivavano da tutto il territorio.

Il Cotonificio Triestino di Ronchi dei Legionari nasce a fine ‘800, rilevato nel 1906 dalla famiglia austriaca dei Brunner. All’epoca contava su 60 telai e 120 persone al lavoro. Qualche anno più tardi gli impiegati raggiunsero quota 250, mentre nel 1912 segnava 350 dipendenti. Situato nel rione di Vermegliano è stato chiuso nel 1966. In tempi recenti risulta acquistato da un privato che ne ha parzialmente curato la ristrutturazione. Secondo le testimonianze di alcune persone del luogo, ha ospitato anche un’azienda di rivestimenti e tessuti. Nel 2011 la parte rivolta alla strada, attualmente meta di vandali, con diversi varchi rotti, è stata colpita da un incendio. L’ultima parte del fabbricato invece risulta utilizzata.

Nei vari decenni della sua produzione, la fabbrica ha visto all’opera migliaia di operai di tutto l’isontino. Le diverse parti della fabbrica risalgono ad annate diverse, dalla strada si notano ancora alcuni fabbricati ormai molto danneggiati, nella parte retrostante, nel verde.
I vari edifici contenevano un tempo la filatura, la torcitura e la tessitura. Trovavano posto anche magazzini, mensa e uffici, la centrale termina, la ciminiera e altri ambienti di servizio. Da alcune ricerche storiche pubblicate si scopre che è stato demolito il grande fabbricato del dormitorio, detto “il castello”, un tempo usato per dare ospitalità alle operaie che arrivavano da fuori città.
Al momento della costruzione il cotonificio si trovava in aperta campagna, mentre ora è inserito tra case e una grande arteria viaria.

Arriviamo nella zona proprio dalla strada trafficata, a poca distanza, e come spesso facciamo andiamo a bere un caffè nel bar più vicino al luogo scelto per la nostra tappa, per chiedere informazioni a chi qui vive o lavora da tempo. Ci raccontano che l’edificio, come ultima destinazione più commerciale che produttiva, ospitava una ditta di tappezzeria, e poi troveremo all’interno molti rotoli e cataloghi che ci fanno pensare a quel settore. Ci dicono anche che sono stati promossi eventi musicali e culturali all’interno (anche in questo caso restano alcuni segni) ma poi un incendio ha devastato tutto. Lo notiamo appena varcata la soglia, che è aperta.

Ci hanno preceduto sicuro vandali o chi qui è entrato per esplorare i locali. Ci sono borse di plastica recenti, volantini pubblicitari, avanzi di bibite, qualche giornale. Gli ambienti sono stati colpiti dalle fiamme e da un lato il soffitto è crollato tanto che dentro sono cresciuti indisturbati diversi alberi. Sul pavimento, qua e là, resta qualche indizio di feste passate, notiamo qualcosa che assomiglia a uno striscione colorato, e poi rotoli e rotoli che forse erano campioni di stoffe differenti. In un angolo spunta anche una sorta di campionario da sfogliare, ormai annerito. La struttura ha un grande fascino e al piano superiore, che ha ormai perso la volta, enormi finestre sono rimaste immutate nel tempo, mentre tutti i muri sono stati imbrattati con murales, anno dopo anno, secondo le date che ancora si vedono chiaramente.

Questa era soltanto una porzione del grande comprensorio, una realtà produttiva molto conosciuta e apprezzata, sulla quale sono stati scritti anche alcuni libri, con testi che si trovano parzialmente in rete, insieme a esami approfonditi sulla struttura architettonica e sui materiali usati. Ora restano pochi segni del passato, ma anche questo, come altri luoghi produttivi che abbiamo toccato, ci fa pensare quante fabbriche la nostra regione ha perso negli anni. Ci siamo già occupati pure di un altro cotonificio, l’ex Olcese di Trieste, che si trova qui online, tra i nostri archivi.

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Ex fabbrica Fissan

Chi non ha mai avuto in casa un prodotto Fissan, Glysolid, Depilzero o Badedas? Pochi sanno però che per lungo tempo questi marchi sono stati realizzati a Trieste, nella fabbrica nata originariamente per la linea Fissan, che venne fondata proprio da un triestino, Osiride Brovedani, nel 1930. Successivamente, grazie all’incontro con il ricercatore Arthur Sauer, 650 ospedali adotteranno i prodotti del marchio in tutta Italia e l’azienda diventerà importante a livello nazionale. Negli anni ’80 Raffaele De Riu succede a Brovedavi e lo sviluppo continua con un’impronta più moderna. Dal 1970 al 1985 la Fissan raggiunge posizioni leader in Italia (detenne il 90% del mercato del settore), crescendo di notorietà anche grazie alla sponsorizzazione della squadra di calcio della Triestina nei primi anni ’80.

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Nel 1985 il marchio Fissan viene acquistato dalla società inglese Beecham, che segue direttamente lo stabilimento di Trieste. All’inizio degli anni ’90 passa all’americana Smith Kline, e poi nel ’93 alla Sara Lee, che nel ’99 la cede alla Cover. Nel frattempo vengono prodotti altri marchi noti all’ interno dello stabilimento triestino, di oltre 17mila metri quadrati, composto da varie palazzine e grandi strutture. Nel 2006 la chiusura definitiva, che lascia 55 dipendenti senza lavoro. Dal 2008 viene messa in liquidazione e da allora tutto è stato abbandonato nonostante alcuni tentativi di vendita. Dopo anni di distruzione e atti vandalici, che siamo riusciti a documentare, recentemente lo stabilimento è stato completamente svuotato e pulito, forse per tentare una nuova vendita.

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Ma come si è giunti a questo punto? Il fatturato nei primi anni 2000 si aggira sui 25 milioni di euro. Nessun segnale di difficoltà. A un certo punto però la multinazionale americana Sara Lee, proprietaria dei marchi prodotti della stessa Cover, comunica di non voler rinnovare il contratto in scadenza a fine anno. La Cover si trova senza sbocco per le proprie produzioni, ed è stata costretta alla messa in liquidazione.
Prima ancora la Sara Lee aveva spostato in Inghilterra la produzione di alcuni detergenti e quella della polvere Fissan in Indonesia. L’inizio della fine.

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Nel 2010 si legge sul quotidiano Il Piccolo: Verrà venduto all’asta il 7 luglio il complesso che per decenni ospitò la Fissan, storico marchio di prodotti per l’infanzia fondato nel 1930 dal triestino Osiride Brovedani. Un triste epilogo per quelle strutture che hanno fatto la storia del comparto industriale della città. L’intero complesso suddiviso in tre lotti per oltre 17 mila metri quadrati verrà battuto all’asta dal tribunale di Parma – dove aveva sede la Cover – partendo dal prezzo base di 6 milioni 210 mila euro. La più importante delle tre unità, che conta 6460 metri quadrati e parte da una base d’asta di 3 milioni e 350 mila euro, un tempo ospitava l’area destinata alla lavorazione, al deposito delle materie prime e dei prodotti finiti nonché gli uffici amministrativi e la mensa. Il secondo e terzo lotto – che partono rispettivamente da una base d’asta di un milione 170 mila e un milione 690 mila euro – conservano ancora il ricordo dei magazzini e delle officine dove un tempo si stoccavano e si imballavano i famosi contenitori della pasta Fissan presente nel set per la cura dei bebè.
L’asta non andrà buon fine. Il comprensorio sarà nuovamente lasciato in balia dei vandali, fino all’opera di pulizia recente.

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Quando ci siamo stati nel 2015, dentro ormai sembrava fosse passato un tornato, che aveva rovinato ogni cosa, dai laboratori alle sale di produzione, dai macchinari al nastro del confezionamento, dagli uffici ai magazzini, dalla soffitta che conteneva la storia della fabbrica agli spazi esterni dove si trovava abbandonata pure un’automobile. L’aspetto più sorprendente erano le migliaia e migliaia di scatole con prodotti ancora integri, creme di tantissimi tipi, oltre a lozioni e detergenti, tutto scaduto da oltre un decennio…

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Nel frattempo abbiamo ritrovato sul web alcuni ex lavoratori dello stabilimento, che hanno condiviso con noi i loro ricordi.
Posso dire da parte mia – scrive Max – che ci fu un periodo in cui l’azienda andava bene con relative assunzioni di diversi giovani, per cui ci ritrovammo in un ambito famigliare e si creò un legame tra noi che dura ancora adesso. Fu un periodo per noi più giovani di crescita e speranze in un futuro. Purtroppo i successivi cambi di proprietà e la vendita del marchio portò alla inevitabile fine di un azienda fino a quel momento sana e competitiva, resta comunque in noi il ricordo (forse distorto dal tempo) di un bel periodo“.

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Ho lavorato alla Cover (ex Fissan) dal 2000 al 2003 – racconta Roberta – essendomi diplomata nel ’98 è stata la mia prima esperienza lavorativa e devo dire che mi sono trovata davvero benissimo, colleghi fantastici, con qualcuno mi vedo e sento abbastanza ancora oggi..dopo 13 anni.. E con tutti ci vediamo almeno una o due volte l’anno quando organizziamo le rimpatriate, è molto triste vedere com’é ridotta.. Mi sembra sia passato pochissimo da quando era ancora in attività.. Al piano superiore gli uffici, sotto il reparto di miscelazione delle materie prime per far le creme.. Più avanti il reparto di confezionamento dove lavoravo io.. Pieno di macchinari, ognuno impegnato nella lavorazione di un prodotto..pasta fissan, bagnoschiuma per bimbi, leocrema, Glysolid.. E poi più sotto, distaccato dal resto, un altro edificio dove c’erano i laboratori, il reparto polveri (si confezionava il talco) e il reparto strisce (strisce depilatorie depilzero). Capitavano anche otto ore sedute a contare e imbustare strisce…li il tempo non passava mai,  per tutto il resto invece si stava benissimo…gli orari poi..fantastici! Grazie a Triesteabbandonata che si è interessata non solo a quel che resta della fabbrica, ma anche a chi ha bellissimi ricordi legati ad essa“.

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Solo oggi dopo aver lavorato in varie aziende – dice Fabiana – mi rendo conto di quanto siamo stati fortunati lì….ancora oggi quando sono sul lavoro mi capita spesso di pensare a quando ero alla Fissan e fare paragoni…..Eravamo come una grande famiglia, disposti comunque in ogni caso ad aiutarci tra di noi….E abbiamo avuto la fortuna di avere dei dirigenti sempre disponibili e disposti al dialogo per qualsiasi problema. Rimpiangerò sempre la Fissan….un pezzo di vita e cuore è rimasto fermo lì al 2006……Potessi avere una bacchetta magica, la rifarei nascere all’istante“.

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La Fissan rimarrà per sempre nel cuore di tutti noi. – aggiunge Monica – arrivata in azienda nel 1993 ci sono rimasta fino alla chiusura totale. Anzi io sono rimasta a casa a inizio giugno 2006 in maternità, però purtroppo, poi non sono più ritornata. Ne abbiamo passate tante. Abbiamo trascorso momenti belli e momenti brutti.. eppure io, personalmente, ricordo volentieri solo quelli belli! Se solo si potesse ritornare indietro“.

Il marchio Fissan comunque, al pari degli altri, esiste ancora e ovviamente la produzione si trova in altre città.

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Ex fabbrica macchine – Trieste

E’ un rudere che ormai tutti notano da tempo e che, incastonato tra gli impianti sportivi della zona, si erge nel suo degrado da oltre 40 anni. Un’altra struttura del passato glorioso e produttivo di Trieste abbandonata al suo destino.

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Quella che comunemente conosciamo come ex Fabbrica Macchine di Sant’ Andrea, nasce dalla fonderia di metalli di Giorgio Strudthoff a metà ‘800, che poi diventerà un’impresa imponente con una rilevanza nazionale. Chiuse i battenti nel 1971 dopo 136 anni di attività e il massimo splendore toccato negli anni ’50 quando raggiunse gli 85mila metri quadrati tra le varie palazzine, che comprendevano anche l’attuale fabbricato, unico rimasto in pieni, che era l’ex mensa, conclusa nel 1958 e nata per ospitare duemila operai. L’immobile conta cinque piani, con ingresso sulla via Carli e con ulteriori accessi secondari.

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Dagli anni ’70 il sito è gradualmente caduto nel dimenticatoio. Da fuori si nota l’imponente mole, con quasi tutti i vetri rotti o comunque danneggiati. La fabbrica è stata, ed è tuttora, nonostante alcuni sbarramenti, meta di vandali che hanno imbrattato ogni superficie rimasta. Potremmo definirlo senza mezzi termini il tempo dei writer, tanti sono i graffiti colorati impressi in tutti ambienti.
Dentro lo spettacolo è desolante, scritte e vernice sui muri, bombolette dimenticate in vari angoli, ancora qualche vecchio mobile semi distrutto. E poi assi di legno, pezzi di ferraglia, immondizie e in alcuni punti l’edera ha pure invaso i locali. Su tutto infiltrazioni, mattoni sollevati, calcinacci e infissi caduti.

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C’è anche un vecchio ascensore pieno di ruggine. I pochi segni del passato si intravedono nei pannelli dedicati probabilmente ai turni dei dipendenti o nella scritta segnata sul pavimento CRDA 1958, anno in cui la mensa è stata ultimata. Fa strano pensare che nel pieno dell’attività qui ogni giorno entravano ben 2mila persone.

Nel 2005 si legge di un tentativo di vendita all’asta a due milioni e mezzo di euro, dopo il mancato accordo con il Ministero delle Finanze, che aveva manifestato un iniziale interesse all’acquisto. Ma di quell’asta, o di ulteriori tentativi, emergono ben poche notizie successivamente.
Di recente si legge che l’immobile è stato inserito nel piano delle alienazioni del Comune di Trieste. E lì è rimasto.

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Attualmente versa in condizioni davvero precarie, servirebbe in primis una messa in sicurezza generale di accessi e struttura, per evitare crolli o scongiurare il continuo via vai, spesso di ragazzi, segnalato a più riprese.
La scritta che appare fuori dall’ingresso (impressa anche questa con una bomboletta spray) sembra quasi avvertire in qualche modo la pericolosità del luogo: “chi entra non esce”…..

Ex fabbrica Sadoch

Nel 1914 Saul Sadoch avvia a Trieste la sua fabbrica di carta, per poi passare la gestione ai figli Emilio ed Ernesto. Nel dopoguerra la produzione aumenta, la situazione generale è più solida, e nel 1957 viene costruita la fabbrica di viale Ippodromo. Se ne occupa l’architetto Romano Boico, che progetta uno spazio di ben 9mila metri quadrati, tra la palazzina più bassa che si affaccia sulla strada e l’edificio più alto alle sue spalle. Resterà in attività fino agli anni ’90, quando chiuderà i battenti (ma l’azienda è ancora aperta, anche se con sede nella zona industriale).

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Ma qual è stato poi il destino per quell’immobile, che ancora oggi riporta la scritta Saul Sadoch? Un destino piuttosto travagliato. Anni di degrado e nessun potenziale acquirente trasformano l’edificio in un colabrodo. Negli anni gli infissi cadono, le finestre vengono rotte, gli agenti atmosferici infieriscono più volte, oltre ai soliti vandali. Gli ambienti vengono depredati, i muri imbrattati, tutto viene rovinato e resta nel più totale abbandono.

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Nel 2004 sembra arrivare una nota positiva. Una società vuole acquistare tutta l’area. Spunta Flaviano Tonellotto, all’epoca presidente della Triestina, pronto a trasformare l’edificio, presenta idee, avvia un cantiere, ma i soldi mancano, non c’è un vero investimento in piedi, ogni progetto finisce in un disastroso naufragio e tutto si ferma. Si parla di appartamenti, supermercati, spazi verdi. Ma resteranno disegni solo sulla carta.

L’ enorme comprensorio intanto è nuovamente meta di sbandati e di danneggiamenti. Nel 2011 quattro cittadini rumeni vengono indagati per occupazione abusiva degli spazi interni, uno di loro è pure armato, nel 2013 i pompieri intervengono per pezzi dell’edificio staccati a causa della bora e ovviamente della mancanza manutenzione generale della palazzina. E ancora altri episodi, legati alla cronaca cittadina, che mostrano come per l’ex fabbrica non sembra esserci un lieto fine.

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Gli anni passano senza sostanziali cambiamenti, ma è nel 2015 che arriva la svolta. L’immobile viene acquistato da parte del Fondo housing sociale Fvg gestito da Finint Investments SGR, che ha già iniziato a bonificare la zona. Alla fine del cantiere il progetto, che prevede il mantenimento del profilo architettonico della facciata attuale, vedrà realizzati 94 alloggi, destinati prevalentemente alla locazione a canone agevolato.

 

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Ex Magazzini Ruffoni

Sull’altipiano carsico di Trieste, in località Prosecco, fino agli anni ’90 era in attività la Gottardo Ruffoni Spa, società di spedizioni. Quel che resta sono grandi magazzini, uffici e altri spazi completamente vuoti, ormai divorati da degrado e vandali. Un luogo desolato e isolato, sul quale le informazioni sono poche e frammentarie. Ma cos’era la Gottardo Ruffoni? Non è stato facile trovare notizie sulla sua storia e sono passate settimane prima di recuperare qualche dato utile alle nostre ricerche. Tuttavia non siamo riusciti a scoprire in modo approfondito le passate caratteristiche questo comprensorio, tutto ciò che trapela deriva, purtroppo, dall’epilogo sfortunato dell’azienda, fallita negli anni ’90. Ma le origini, l’evoluzione e il lavoro che qui si svolgeva restano un’incognita. Ben vengano quindi segnalazioni o testimonianze, che possano rendere completo il nostro racconto.

Il primo passo è stato quello di cercare sul web, se esiste ancora una realtà chiamata Gottardo Ruffoni. Ed è così. Abbiamo contattato un’azienda, che ci ha rimandato a un’altra sede, a Buccinasco, che opera tra Italia ed estero e che, dopo alcune ricerche, con una mail ci precisa “L’impianto di Trieste risale a una vecchia gestione legata al fallimento Tripcovich, a cui però la nostra azienda, costituita nel 1994, non fa riferimento. L’acquisto del ramo d’azienda non comprendeva beni immobili”.

Cerchiamo quindi una notizia che colleghi Ruffoni al nome Tripcovich. Sul Corriere della Sera il 14 luglio del 1994 si legge la notizia “ll Tribunale ha anticipato tutti e ha dichiarato il fallimento della Tripcovich spa, holding del gruppo triestino. La decisione è stata presa martedì sera ed è stata notificata ieri mattina. La delibera è firmata dal presidente della sezione fallimentare, Alberto Chiozzi. A questo punto, il fallimento puo’ coinvolgere a cascata anche le controllate, Finrex e Gottardo Ruffoni, tutte società quotate in Borsa. I minuti sono contati ed è perciò probabile che il gruppo triestino preferisca tentare il gioco d’ anticipo chiedendo, per Gottardo Ruffoni, il concordato preventivo. La storia di Tripcovich finisce così , 82 anni dopo la costituzione”. Passa qualche settimana e sulla Repubblica, il 3 agosto dello stesso anno, esce la notizia ” Anche la Gottardo Ruffoni ha intrapreso la strada della liquidazione. Secondo i dati di bilancio provvisori, la Gottardo Ruffoni presentava al 29 giugno un patrimonio netto negativo per circa 12 miliardi. Il risultato operativo dei primi sei mesi chiude con una previsione di perdita di circa 800 milioni contro un passivo di circa 5 miliardi dell’ intero esercizio precedente. I debiti verso le banche sono pari a circa 93,6 miliardi”.

Cosa rimane ora? Gli ex Magazzini Ruffoni si trovano al termine di un’area adiacente la stazione di Prosecco. Alle soglie di questo grosso spazio è presente un cancello (spalancato, al nostro arrivo), con un cartello che indica la proprietà delle Ferrovie dello Stato. Si cammina lungo i binari, costeggiando alcuni capannoni ad uso presumibilmente agricolo, forse ancora attivi. Al termine di questo tratto relativamente breve si arriva a destinazione, le vie d’accesso sono multiple e piuttosto immediate. Una sbarra arruginita “ostacola” il passaggio un tempo riservato ai veicoli, mentre accanto corre la via pedonale, ormai dissestata e divorata dalle erbacce ma più che superabile. Il primo edificio è in tutto e per tutto una casa a due piani, danneggiata in più punti già all’esterno ma tutto sommato solida, a livello strutturale. Vetri rotti, rovi e calcinacci non impediscono l’accesso a ciò che un tempo era la sede degli uffici, svuotata ormai di tutto. Al piano terra le pratiche di tutti i giorni, in quello superiore le stanze dei vertici, questa l’impressione che si ha perlustrando l’edificio, in alcuni punti ben più danneggiato di quanto l’esterno non lasci presagire. Sono presenti murales con vernice decisamente recente e segni di bivacchi.


Questa prima palazzina svela un’ulteriore ingresso laterale, rivolto a due lunghi capannoni in condizioni decisamente cattive. La porzione centrale di uno di questi è parzialmente crollata, così come la relativa copertura. Su una delle pareti esterne si riesce ancora a leggere la scritta “Magazzini Gottardo Ruffoni”, mentre la struttura rivela tracce di un utilizzo riservato al bestiame. Lungo le pareti infatti corre la mangiatoia che fu, con tanto di ganci disposti in serie sopra di essa e larga corsia centrale a far da divisorio e via d’accesso. Accanto ai primi capannoni ne troviamo altri due: uno più piccolo, con tetto a spiovente e medesimo “arredamento” alle pareti, rivolto a un grande spiazzo che nasconde qualche rifiuto in mezzo all’erba, ormai alta un metro e mezzo. Sullo sfondo si intravede appena il muro di cinta degli ex magazzini, in alcuni punti seriamente danneggiato dal tempo. Il secondo è invece grande quanto i precedenti, ma in condizioni migliori. Percorso il perimetro, troviamo sul retro una ruspa ormai arruginita ed inutilizzabile, un divano, una decina di vasche riservate al bestiame, alcune vuote ed altre riempite di rifiuti, oltre agli immancabili murales. Riprendendo il cammino verso l’ingresso dal lato che guarda (letteralmente) Monte Grisa sullo sfondo, troviamo una serie di edifici più o meno danneggiati. Una piccola costruzione con una scala che conduce ad un granaio, pieno zeppo di enormi corde appese al soffitto e alle pareti, anche queste presumibilmente utilizzate per il bestiame. A pochi passi è presente una casa relativamente piccola, probabilmente una sorta di depandance per il guardiano.

Le condizioni di quest’ultimo edificio sono pessime, piante penetrate attraverso le finestre a ricoprire parte delle pareti, crepate in più punti; ragni e pipistrelli ad “animare” i cinque ambienti distinguibili, collegati tra loro da un piccolo corridoio in cui filtra l’unico spiraglio di luce disponibile. Usciamo da questo caos per trovare un’altra casetta disposta su due livelli, pochi metri di fronte a noi. Il piano superiore confina con i primi capannoni incontrati ed è, pure questo, in pessime condizioni. Una prima stanza con un vecchio piano cottura e tre armadietti da spogliatoio, quelli concepiti stretti e in verticale. Un secondo ambiente più piccolo, probabilmente un bagno, data la presenza di uno scaldabagno eroso dalla ruggine e parzialmente sradicato dal muro, oltre a un paio di piatti doccia riempiti da calcinacci. Il livello inferiore era molto probabilmente una specie di cantina o piccolo magazzino, difficile averne la certezza. Con stupore e sconcerto, all’interno scopriamo una decina di grossi barili, chiusi più o meno accuratamente. Contenitori pieni di non meglio specificate sostanze, le targhette sono troppo rovinate per essere decifrate, ma i classici simboli indicanti pericolo di morte, incendio, intossicazione, su alcuni di questi si riescono ancora a distinguere. Prima di tornare verso l’ingresso principale abbiamo ancora modo di scorgere, accanto ai barili ed in parte coperta dalla terra, una giacchetta invernale da bimba, ulteriore dettaglio triste ed agghiacciante.

Proseguiamo il cammino ritrovando la palazzina uffici, c’è rimasta da vedere solo una porzione ridotta degli ex magazzini, il capannone dove presumibilmente si caricavano e scaricavano le merci. E’ presente una piccola sala comando, piena di vetri rotti e posta accanto ai resti di una grossa pesa. Proseguendo fino in fondo troviamo un altro divano, segni del passaggio di qualche persona, chiaramente ad attività più che cessata. Su uno dei lati del capannone c’è un binario morto che rappresenta, forse più di tutti gli altri, l’indizio principale circa l’utilizzo di quest’ultima parte. Una volta arrivavano e partivano vagoni, risorse, merci, affari. Ora restano i sampietrini, le rotaie sono state inghiottite e rimpiazzate da arbusti e vegetazione. La ferrovia corre parallela pochi metri più avanti, divisa da una collinetta e nascosta da un muro di alberi. Ciclicamente, più o meno un paio di volte all’ora, passa una locomotiva a velocità spedita, sparisce in pochi secondi, lasciando dietro di sè l’eco del suo passaggio. Giusto un paio di respiri per poi tornare a quella che qui è, da diversi anni, la principale “colonna sonora”: il silenzio più irreale e spettrale che si possa immaginare.

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