La straordinaria storia dell’albergo dei record Haludovo Palace Hotel

LA NASCITA DELL’HALUDOVO PALACE HOTEL: Era stato pensato come un paradiso dei divertimenti come mai realizzato prima in quel territorio. Una sorta di oasi del benessere tra mare, piscina, locali di intrattenimento, centri estetici, bungalow, suite e altri spazi super lussuosi. Compresa una buona dose di eros, dispensato tra massaggiatrici e ragazze con abiti succinti ad accogliere gli ospiti senza troppi misteri…Il tutto per attirare turisti ricchi e con la voglia di darsi alla pazza gioia.

Parliamo dell’enorme complesso “Haludovo Palace Hotel ” sull’isola croata di Krk, abbandonato da una trentina d’anni e con una storia incredibile alle spalle. A partire dall’investimento iniziale. 45 milioni di dollari. Che negli anni ’70, quando l’idea iniziò a prendere forma, erano una cifra pazzesca, tanto più per l’isola. Come pazzesca era la struttura progettata e poi realizzata. E sul web si trovano ancora foto dell’epoca, di quando il mega hotel venne aperto.


L'”Haludovo Palace Hotel” ed il “Penthouse Adriatic Club Casino” vennero inaugurati nel 1972. In oltre 3 anni di costruzione prese vita una vera e propria cittadina, con accesso al mare e con ogni tipo di servizio. Tutto ora è in stato di abbandono e pesantemente danneggiato. Ma all’epoca era stato curato con rifiniture di pregio. C’erano diverse piscine, interne ed esterne, oltre alla spiaggia e al lungomare, e poi una pista da bowling, giardini, aree fitness e wellness, spazi sportivi, ristoranti, bar, un salone di bellezza, un piccolo villaggio accanto al mare con annesse ulteriori attività per gli ospiti. Il tutto circondato da una voluta opulenza che si traduceva nella presenza di statue, dipinti, enormi lampadari, mobili pregiati.

IL SOGNO DEL MAGNATE: Sono gli anni ’60 quando il milionario e re del porno Bob Guccione fa tappa sull’isola di Krk , nell’allora Jugoslavia . Durante il suo soggiorno prese forma il sogno di costruire lì la sua nuova avventura, che univa insieme la sua voglia di fama e notorietà e il desiderio di realizzare qualcosa che mai si era visto in quelle zone. Partì così il mega investimento, che poi venne gestito formalmente da una società statale di Rijeka ma fu lui a dettare le regole. L’inaugurazione segnò la prima di una serie di sontuose feste, dove scorrevano fiumi di champagne. E i party memorabili continuarono almeno per un anno, tra hotel, casinò e penthouse. Pare che la hall dell’albergo fosse il biglietto da visita da cui si percepiva subito lo spirito voluto da Guccione, con un ambiente enorme, lussuoso, dove i clienti venivano accolti da ragazze in mini abiti da cameriere.

OSPITI FAMOSI: qui soggiornò anche Sadam Hussein, in una delle suite più lussuose dell’hotel. Tra i vari ospiti non tutti vennero alla luce, in un luogo di perdizione molti restarono nell’anonimato, ma il via vai di nomi noti pare fosse molto vivace. All’Haludovo arrivarono influenti uomini del mondo politico internazionale, insieme a tanti volti noti.

RAPIDA ASCESA, RAPIDISSIMO TRACOLLO: è stato più lungo il tempo di costruzione del complesso che il tempo del suo splendore. L’hotel rimase nel pieno della sua attività soltanto un anno. Poi il lento ma inesorabile declino, a causa dei costi esorbitanti di mantenimento. Nel 1973 “Haludovo” fallì. Solo un anno dopo il sontuoso avvio. Rimase aperto ancora una ventina d’anni circa, senza riuscire mai a risollevarsi economicamente. Nel frattempo pure le sorti del suo “papà” non furono idilliache e il magnate fondatore morì in difficoltà finanziarie nel 2010, negli Stati Uniti.

Al momento è un sito fantasma, dove rimane lo scheletro di alcuni fasti passati, che si intravedono nell’enorme hall, parzialmente intatta, nella pista di bowling ormai distrutta, nelle varie piscine e nei tantissimi ambienti che ancora mostrano chiaramente un’ opera tanto faraonica quanto sfortunata.

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Ex mulino Variola – Cervignano

L’ex mulino Variola, a Cervignano, originariamente di proprietà della famiglia Fabris, è stato edificato agli inizi del XX secolo.

Nel 1932 la proprietà passa ufficialmente ai Variola, che decidono di portare a Cervignano il loro secondo centro di molitura. Il complesso è composto da: il silos, il mulino per grano e quello per mais che negli anni ’50 diventa magazzino per farina. Le materie prime arrivano da diverse zone, vengono sistemate nel silos per passare poi alla lavorazione e al prodotto finito che viene spedito in tutto il mondo dal porto di Trieste. Negli anni ’70 lo stabilimento subisce alcuni interventi di ammodernamento e continua a produrre con ottimi ritmi, fino al 1990, quando viene dato in affitto ad un’altra società, che lo gestisce per tre anni. Nel 1993 l’attività smette. Da allora viene abbandonato, nonostante progetti di riqualificazione presentati ma mai decollati. L’area è enorme, 27mila metri quadrati.


Secondo una scheda tecnica reperibile in rete, i manufatti del sito sono tre principali più altri minori. I grandi sono il mulino da grano, quello da mais e il silos, figurano poi la villa del direttore, la portineria e la palazzina degli uffici.
Sempre secondo la scheda il mulino era alimentato in passato con l’elettricità in parte acquistata e in parte prodotta grazie all’energia idraulica.


Nel 1959 a Cervignano venivano realizzate farine speciali ad alto tenore di glutine; farine per pane e per biscotti; crusche; cruschelli e farinacci per alimentazione bestiame. Negli anni ’60 erano impiegati circa 50 operai, il mulino lavorava a ciclo continuo e produceva giornalmente 124 tonnellate di prodotti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale i Variola costruiscono a Trieste un terzo mulino diventando così i veri leader del settore in Fvg.
Il lento declino e il degrado arrivano poco alla volta, a causa di una generale mancanza di manutenzione e controllo del sito, dopo la chiusura dell’attività.


Agli inizi del 2000 un incendio distrugge la copertura a falde, sorretta da una struttura in legno, e i solai del corpo posto lungo la roggia e addossato a Nord-Est del mulino da grano, comunicante con i locali della centrale idroelettrica.
A giugno 2008 Il Piccolo parla di una nuova vita per l’ex mulino con un progetto che potrà prevedere una sorta di mini paese al posto della realtà produttiva, la possibilità di realizzare interventi residenziali, per servizi e attrezzature sociali e di artigianato e ancora strutture ricettive e pubblici esercizi, uffici pubblici e privati, attrezzature collettive, come palestre e centro benessere, attività commerciali. Nel rispetto di alcuni vincoli esistenti. Si ipotizzano anche aree verdi, parcheggi e piste ciclabili.


Il giugno del 2012 scoppia un principio di incendio, solo il tempestivo intervento dei pompieri limita le fiamme e di nuovo si parla dell’esigenza di recuperare il sito. Esiste un progetto, viene ricordato, di un privato, in accordo con il Comune, ma bloccato da intoppi burocratici.
A dicembre del 2013 ne parla il Messaggero Veneto dopo aver ricevuto una mail dei residenti che lamentano lo stato di degrado in cui versa la zona e anche il canale adiacente. Chiedono a gran voce un intervento immediato di pulizia e messa in sicurezza.


Nel marzo del 2015 tornano a farsi sentire i cittadini che segnalano danneggiamenti nella zona, da parte di chi occupa abusivamente l’ex mulino. La gente chiede vengano murati gli ingressi o che si preveda un sistema di protezione per evitare i bivacchi e il via vai indisturbato di persone, soprattutto nelle ore notturne.
A marzo 2016 il Messaggero Veneto raccoglie nuovamente le proteste degli abitanti della zona, che segnalano bivacchi notturni all’interno della struttura, atti vandalici e soprattutto un’invasione di ratti, portata anche all’attenzione del Comune.
Per il momento tutto è sempre in uno stato di abbandono e degrado.

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Portineria ex opp

Nel 1908 viene inaugurato a Trieste l’ospedale psichiatrico cittadino, situato all’interno del Parco di San Giovanni. L’edificio che vedremo oggi era l’ex portineria, diventata poi negli anni ’50 un’autorimessa per cadere poi nell’oblio e nel degrado.

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Negli anni Settanta il Parco è cambiato, si è realizzata una rivoluzione di portata internazionale nel campo della psichiatria, grazie a Franco Basaglia e ai suoi collaboratori. L’ospedale e il Parco si sono aperti alla città. Nel tempo molti degli edifici all’interno sono stati ristrutturati e recuperati con diverse funzioni, laboratori, scuole, musei, luoghi di aggregazione e non solo. Ma questo fabbricato qui è stato dimenticato.

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Ci troviamo davanti a un rudere, che cade letteralmente a pezzi, sembra quasi una vecchia casa di campagna, un immobile composto da più parti, tra spazi esterni e interni. Invece ha una storia importante alle spalle. La sua costruzione risale al 1882. Fu utilizzato prima come portineria, quindi ingresso ufficiale del comprensorio, poi come deposito per i mezzi. Secondo la scheda tecnica del Comune di Trieste, che ne risulta l’attuale proprietario, è composto da tre corpi edilizi e tre livelli, anche se crolli e danneggiamenti rendono impossibile capire la struttura originale.

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Quello che si sa dalla storia del sito a livello strutturale è che c’era un edificio a due ali laterali mentre un ampio portone conduceva al parco retrostante. Al momento tutto è in uno stato di profondo degrado, con il tetto crollato in diversi punti, calcinacci ovunque, porte divelte, il verde che copre alcune facciate quasi interamente, tra terrazzini in precario equilibrio e travi precipitate al suolo.

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Cosa sia successo anno dopo anno è difficile da capire, ma una cosa è certa, qui da tantissimo tempo non esiste manutenzione, controllo e ovviamente interventi di ripristino o pulizia.

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L’ultima verifica del Comune di Trieste, come mostra lo stesso sito dell’amministrazione, è datata 2005 e definiva lo stato dell’immobile “pessimo”, figuriamoci 12 anni dopo….

 

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Ampia visibilità per Triesteabbandonata

Grande successo per la seconda mostra di Triesteabbandonata allestita e supportata dal centro commerciale Montedoro di Muggia (Trieste).
Del nostro progetto e dell’esposizione ne ha parlato con una pagina intera il quotidiano Il Piccolo di Trieste.

Ma all’inaugurazione abbiamo avuto ospiti anche due colleghi austriaci che hanno dedicato al nostro progetto ben due pagine sul noto giornale Kleine Zeitung.

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Triesteabbandonata si è parlato anche su triesteprima.it, sul Gazzettino e tanti altri siti. Siamo stati anche ospiti di una trasmissione Rai3, Buongiorno regione, con un servizio che potete rivedere qui:
https://www.facebook.com/TgrRaiFVG/videos/1810267472571242/?hc_ref=PAGES_TIMELINE

La mostra continuerà al centro commerciale Montedoro fino al 12 febbraio.
Venerdì 10 febbraio alle 10.30 è previsto un incontro pubblico sul tema “Edifici abbandonati, quale futuro?” al quale interverranno rappresentanti delle pubbliche amministrazioni, architetti e studenti, aperto comunque a tutti. Benvenuti in particolare i giovani, che potranno presentare idee di riutilizzo dei beni dismessi. L’idea migliore sarà premiata con un tablet.

Torna Triesteabbandonata in mostra

Seconda mostra per Triesteabbandonata, il progetto che da un anno e mezzo ha l’obiettivo di mappare principalmente a Trieste, ma anche in Friuli Venezia Giulia e fuori regione, beni abbandonati e dimenticati, riscoprendone la storia attraverso foto, documenti e video.

Dopo il successo della prima esposizione, la seconda aprirà i battenti al centro commerciale Montedoro, che ha sostenuto l’iniziativa nuovamente, con l’inaugurazione prevista il 20 gennaio alle 18, aperta a tutti.

Attraverso grandi pannelli fotografici si potranno scorrere le immagini di tanti siti caduti nell’oblio, caserme, fabbriche, magazzini, scuole, discoteche, alberghi e antiche dimore.

A curare l’iniziativa sono la fotografa Giada Genzo e i giornalisti Micol Brusaferro ed Emilio Ripari. Tra Facebook, gli altri social network e il blog dedicato, Triesteabbandonata conta su circa 10mila utenti che seguono costantemente il progetto.

Nella nuova esposizione una sezione sarà anche dedicata alla prima mostra, verranno quindi riproposti gli scatti già presentati a Montedoro l’anno scorso.

«Soprattutto su Trieste – spiegano Giada, Micol ed Emilio – abbiamo creato un archivio di beni abbandonati, pubblici e privati, come mai realizzato prima in città, per numero di immagini, ricerche storiche, filmati e documentazioni. Il nostro obiettivo principale è che questi edifici non continuino a restare nell’anonimato, spesso dismessi, chiusi, senza alcun controllo, ma che si possa pensare a un loro riutilizzo o almeno a una loro conservazione attenta. L’invito alla mostra per questo – sottolineano – è rivolto in particolare agli enti pubblici che, come abbiamo potuto verificare di persona, spesso purtroppo non hanno un archivio aggiornato soprattutto sulle condizioni nelle quali versano edifici di loro competenza».

Il secondo viaggio di Triesteabbandonata toccherà quindi tanti siti simbolo un tempo di attività produttive della regione, come l’inceneritore comunale. Si passerà anche attraverso luoghi di aggregazione come il bar Charlie, ridotto a un rudere, il circolo Pisoni, ormai semi distrutto, così come il Teatro Filodrammatico, e ancora ci sarà una tappa a Bibione, in un’enorme discoteca bruciata e lasciata al suo destino, e anche a Grado, tra alberghi chiusi e piscine dimenticate. Sarà documentata la distruzione che ha colpito l’ex campo di baseball e hockey di Prosecco e scorci di dimore storiche come Villa Frommel a Gorizia o Villa Haggiconsta a Trieste. Spazio ancora a hotel ormai rifugio per barboni, stazioni dei treni semi demolite, enormi caserme e altri luoghi un tempo occupati dai militari.

La mostra resterà allestita fino al 5 febbraio e sarà accompagnata anche da filmati che raccontano il progetto dagli esordi a oggi. Verranno inoltre organizzati alcuni incontri pubblici, ai quali saranno invitati architetti, tecnici e studenti, per discutere insieme sul futuro di alcuni siti in particolare.

L’esposizione si potrà visitare ogni giorno, fino al 5 febbraio, secondo gli orari del centro commerciale.

https://triesteabbandonata.wordpress.com

Ville abbandonate – prima puntata

Sono ville vecchie, abbandonate al loro destino, dimore spesso grandi, nascoste, ma che mostrano ancora i segni di un vissuto quotidiano ormai lontano, abitazioni appartenute a enti pubblici o privati e date in affitto a persone che poi, non si sa perché, sono state costrette a lasciarle. Ma ci sono anche edifici privati, aperti, violati e non tutelati, che qualcuno ha dimenticato senza cura e manutenzione da decenni.

Nei prossimi mesi vi porteremo alla scoperta di alcune ville in cui ci siamo imbattuti nelle nostre ricerche e nei nostri sopralluoghi. Molte, come quella che vi mostriamo oggi nelle foto, sono ancora piene di mobili e oggetti, e per tutelarle, almeno finché si può, non daremo mai indicazioni sul luogo preciso dove trovarle. Siamo consapevoli infatti che alcune persone interessate ai beni abbandonati non lo sono per nobili scopi…..Il nostro unico obiettivo invece, con il progetto Triesteabbandonata, è quello di denunciare lo stato di abbandono di determinati siti o di recuperarne la storia. E speriamo in tal senso di sensibilizzare prima o dopo qualcuno, documentando allo stesso tempo preziosi spaccati di una Trieste che non c’è più. Nel caso delle ville in particolare è affascinante vedere mobili, elettrodomestici e oggetti che appartengono ormai a tantissimi anni fa e che ci riportano indietro nel tempo. E che lì rimangono.

La villa che vediamo qui nelle foto è isolata, in mezzo al verde, abbandonata da almeno una decina d’anni, anche se le condizioni pessime che troviamo all’interno ci mostrano come la manutenzione sia carente anche da più tempo. Il tetto in una zona è puntellato, sostenuto da una trave di legno, a rischio crollo e già con parecchi buchi. Anche in altre stanze il soffitto è caduto, forse a causa di infiltrazioni, che hanno portato il legno a a marcire gradualmente. La dimora è grande, due piani con una vasta cantina, da alcune indicazioni pare fosse divisa in due alloggi.


Dentro restano mobili che possiamo datare tra gli anni ’50 e ’60, qualcuno più recente. La casa non era dotata di riscaldamento e troviamo ovunque vecchie stufe, doveva trattarsi di ambienti molto freddi, considerando anche pareti e tetto rattoppati in più punti.
Sembra appartenesse a un ente pubblico che l’aveva affittato a privati, forse un tempo lavoratori dello stesso ente, e sembra che l’ultimo inquilino fosse un uomo anziano e con difficoltà di movimento. In una stanza è rimasta anche una sedia a rotelle che avvalora le testimonianze che abbiamo raccolto.

Nei piani abitativi ci colpisce la cucina, ancora con la tovaglia di plastica fissata al tavolo, accanto stufe, l’angolo cottura, mobili scrostati e svuotati. Nella vicina stanza da letto nei cassetti troviamo le carte di giornale, che un tempo si usavano prima di riporre abiti e altre cose. Sono pagine che risalgono agli anni ’60. E ancora notiamo un vecchio frigo, un divano polveroso, armadi, reti e comò.

Ci spostiamo nella cantina, anche se il soffitto che cade sopra le nostre teste non è molto sicuro. Ci fermiamo poco. Qui c’è davvero di tutto, vecchie radio, televisori, tante bottiglie di diverse annate, quotidiani e riviste degli anni ’60 e ’70, le ruote di una vecchia carrozzina, un box per bambini, mobili, taniche, ancora stufe, gabbie di canarini, ceste e scatoloni. Chissà se prima o poi qui qualcuno passerà a riprendere almeno i ricordi del passato o finiranno sepolti tra i crolli che purtroppo qui paiono proprio inevitabili…

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Fabbricato abbandonato nel Carso

Siamo sull’altipiano Carsico, a pochi chilometri da Trieste, in mezzo al verde, quando da un sentiero ecco apparire un comprensorio, enorme, fatto di vari fabbricati insieme, forse costruiti in epoche diverse. A un primo sguardo ci sembra un’ex fattoria, perché siamo in mezzo alla natura, è difficile distinguere qualche segno dell’originale funzione, molte stanze hanno il tetto crollato, in alcuni punti anche il pavimento non esiste più, ovunque assi di legno, calcinacci e tegole. Poi alcune scale che portano a un ballatoio, che forse dava su una sorta di cortile.

Ma dai suggerimenti di alcuni dei nostri utenti che ci seguono su Facebook, possiamo dire che probabilmente questo sito era un ex laboratorio per il marmo o comunque per altre pietre, perché ci troviamo non lontano da alcune e cave e perché diversi ambienti, a un esame più approfondito, ricordano quelli di un’officina. Pensandoci bene forse poteva essere entrambe le cose, magari un fabbricato a uso abitativo e rurale e poi un’altra parte destinata invece all’attività lavorativa vera e propria.

Dentro comunque troviamo pochi, pochissimi oggetti che parlano del passato. Un angolo cottura, anzi soltanto la cappa, lo scheletro di un divano, la porta di un frigorifero e poi una sorta di forno, con una grande porta in ferro, sotto cavi e tubature. Ed è proprio qui che notiamo una data, 4 aprile 1962, che si riferisca alla costruzione del complesso? Non lo sappiamo.

Alcune parti del fabbricato sono più danneggiate di altre, che in ogni caso sono ridotte in pessime condizioni. Tutto pare abbandonato da decenni al suo destino, senza recinzioni, senza cartelli, senza nessuna indicazione. Nel verde spunta un carrello e ancora in una stanza notiamo alcuni supporti di ferro, forse servivano proprio per bloccare le lastre di pietra da tagliare, ma anche in questo caso restiamo nel campo delle ipotesi. E all’estero impilate troviamo pure lastre di pietra tutte uguali, forse arrivavano proprio dalla cava della zona, ce n’è una abbandonata, non lontano.

Continuiamo a girare attorno ai muri perimetrali, entrando dove possibile, e si scorge ancora qualche segno della vita di un tempo, seppur minimo, come una scala, una balaustra arrugginita, caduta e semi piegata, qualche pneumatico, rifiuti domestici e abbigliamento dismesso.


E quando stiamo per andarcene ecco stagliarsi nell’erba al carcassa di un’automobile, davanti alla facciata dell’edificio. Sembra sia stata compressa. forse data anche alle fiamme, impossibile distinguere il modello. Chissà poi perché è stata ridotta in questo stato.

Lasciamo questo luogo dimenticato da tutti, consapevoli che ancora una volta un altro sito produttivo non è stato riutilizzato ma semplicemente chiuso e abbandonato. E stando alle condizioni generali, forse basterà qualche anno perché tutto si riduca solo a un grande cumulo di macerie…

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Ex teleferica Italcementi

Per decenni i triestini sono stati abituati a vedere sopra le loro teste, in diverse zone della città, i carrellini della teleferica Italcementi, che funzionavano senza sosta dalla cava allo stabilimento, una struttura che da due anni non esiste più e che in parte ora giace abbandonata.
Ma facciamo un passo indietro.
Risale al 1938 un primo progetto Italcementi per realizzare una cementeria a Trieste, progetto ripreso nel dopoguerra. La prima pietra viene posata il 21 gennaio 1951. Il calcare proviene dalla cava S. Giuseppe collegata alla cementeria con una teleferica. Tra le date da ricordare l’anno 1959, quando viene completata la realizzazione del pontile di 200 metri con gru e inizia l’esportazione del cemento via mare: 5 navi per complessive 13mila tonnellate in sacchi destinati al Vietnam e all’Africa.
La teleferica sarà smantellata nel 2014.

Nel 2005 l’impianto triestino balza sulle cronache nazionali per cinque carrelli sganciati nel percorso che va dallo stabilimento alla cava e precipitati al suolo, quattro in alcuni campi sottostanti e uno su un piccolo ponte. L’incidente non causa danni o feriti.

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Lentamente intanto lo stabilimento cambia e nel 2014 è il quotidiano Il Piccolo ad annunciare lo smantellamento della tratta.
“E’ stata smantellata la teleferica dell’Italcementi: un altro pezzo dell’economia triestina è così stato fatto a pezzi – si legge – ecco come sono finiti i famosi “vagoneti” che per più di 40 anni sono passati sopra le teste dei triestini da via Caboto, attraverso via Flavia e via di Vittorio per arrivare fino a San Giuseppe. Con l’accordo nazionale siglato dalle organizzazioni sindacali nel gennaio scorso, lo stabilimento triestino dell’Italcementi ha rinunciato a tutta l’area produttiva ed è stato sostanzialmente ridimensionato a centro di distribuzione, pur mantenendo anche un minimo di attività di macinazione. Sono rimasti a lavorare soltanto i 21 dipendenti previsti dall’organico futuro e i 44 in esubero sono entrati definitivamente in cassa che già a fine anno potrebbe trasformarsi in mobilità. La prima pietra della fabbrica triestina di Italcementi era stata posata il 21 gennaio 1951 e il forno, ora dismesso, era entrato in esercizio il 28 luglio 1954”.

Ora la parte a monte, quella accanto alla cava, da dove partiva il materiale, è completamente abbandonata, dentro ancora i segni degli operai, qualcuno ha dimenticato un casco e un giubbotto, poi enormi macchinari ormai arrugginiti e fermi, in un silenzio irreale. Come quello che si respira all’inizio dell’antro da dove uscivano i vagoni e dove veniva estratto il calcare. Tante le pulsantiere ormai polverose, gli interruttori bloccati, gli ingranaggi fermi, i contatori chiusi. Lo stabilimento ormai è un insieme di strumentazioni e calcinacci che si erge sulla città, con una meravigliosa vista sul golfo, in mezzo al verde.

Nel 2015, in una notte di agosto, su incarico del proprietario Ezit, una squadra si occupa prima a lavorare con la fiamma, poi ad abbassare, successivamente a spostare nell’adiacente area-cantiere il ponte che scavalca via Flavia, una struttura molto conosciuta perché l’arteria sottostante è molto trafficata e sopra in tanti notavano ogni giorno il passaggio dei vagonetti della teleferica verso via Caboto. Lungo una trentina di metri, pesante 26 tonnellate a base di ferro (soprattutto) e legno, costruito nel 1952, il manufatto viene smontato, con il supporto di una gru, e fatto a pezzi: il ferro così ricavato diventerà materiale riciclabile a uso industriale. Viene eliminato così anche l’ultimo singolo della storica teleferica.

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Villa Hecht

In mezzo a condomini e case storiche nella zona di via Ginnastica a Trieste, si trova Villa Hecht, ex sede delle scuole superiori Max Fabiani e Galilei, da tempo dismessa, è di proprietà della Provincia che si prepara a cederla a privati con una formula annunciata qualche mese fa. (qui l’articolo http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/02/08/news/villa-hecht-diventa-merce-di-scambio-1.12924699).

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La dimora ha 1400 metri quadrati e 3300 di parco. Dal 2001 viene messa all’asta quattro volte, prima con una base di due milioni di euro, senza successo. Un nuovo tentativo viene effettuato a 1,8 milioni, ma il ribasso non attira comunque nessun potenziale acquirente. Si prova a piazzarla anche successivamente, per due volte, scendendo ulteriormente fino a un milione e mezzo di euro circa. Niente. La stima attuale è di un milione di euro.

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Era la residenza del console di Svizzera, prima di diventare una scuola nel 1954 dopo l’acquisizione da parte del Demanio e la cessione poi alla Provincia. È stata prima la sede di un istituto femminile negli anni ’60, poi del Max Fabiani e infine la succursale del Galilei. Del liceo scientifico resta ormai solo la targa, intatta, collocata accanto al grande cancello che consentiva l’ingresso al comprensorio.

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L’immobile si trova alla fine di una stradina molto stretta. La villa è circondata da un giardino incolto, con alberi secolari e un groviglio di rami, piante e cespugli diventato sempre più fitto negli ultimi anni. Tutto attorno un muro, con tanto di filo spinato, chiude la proprietà, che confina con altre case storiche. La condizioni attuali, valutabili solo dall’esterno, non sono ottimali, considerando lo stato di abbandono prolungato. Si notano chiaramente molte finestre aperte, con infissi rovinati e vetri rotti. L’intonaco è crollato al suolo in più punti, e dentro, anche se è stata svuotata, è probabile che la scuola sia stata visitata come spesso accade dai vandali. Peccato per questa dimora splendida, che rappresenta, come altre ville dell’ 800 e ‘900, un pezzo di storia della città.

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Ex polveriera Montebello – Trieste

Un luogo dimenticato da decenni, dove la vegetazione è cresciuta, divorando i fabbricati presenti, dove sentieri e stradine poco alla volta si sono quasi cancellate, e dove molti muri in mattoni sono crollati.

Siamo su un colle a Trieste, c’è una  vista splendida che spazia sulla città e tanto verde, che nasconde quelli che un tempo erano vecchi depositi di munizioni, ormai in disuso. Si tratta dell’ ex polveriera di Montebello, ceduta parecchi anni dal Demanio al Comune di Trieste e rimasta così. La recinzione divelta in più punti fa sì che ci si trovi direttamente nel perimetro, un tempo sorvegliato, da un sentierino in mezzo a rovi e sterpaglie. Nei primi anni 2000 si ipotizzò di creare qui un nuovo canile e il primo cimitero per animali della città. Progetti mai decollati.

I depositi sono in realtà spazi con ampie coperture in lamiera, alcune conservano ancora l’ingresso e il retro, protetti un tempo con mattoni e cemento, quasi ovunque crollati. Ci imbattiamo anche in un enorme groviglio di filo spinato e in una struttura che pare un container vuoto, protetto da un muro. L’unico edificio esistente è nella parte bassa della vastissa area, è chiuso, blindato. Poco distante anche a una torretta, questo sito infatti fino a qualche anno fa veniva costantemente sorvegliato. Da qualche anno è in atto una convenzione tra il Comune di Trieste e l’associazione Nord Est 4×4, che utilizza l’area per i percorsi dei fuoristrada e che effettua anche interventi di manutenzione. Sono loro a precisare che la pulizia, anche del verde, avviene costantemente, il nostro sopralluogo risale a un momento dell’estate a cui è seguito un puntuale intervento di risistemazione.

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