Ampia visibilità per Triesteabbandonata

Grande successo per la seconda mostra di Triesteabbandonata allestita e supportata dal centro commerciale Montedoro di Muggia (Trieste).
Del nostro progetto e dell’esposizione ne ha parlato con una pagina intera il quotidiano Il Piccolo di Trieste.

Ma all’inaugurazione abbiamo avuto ospiti anche due colleghi austriaci che hanno dedicato al nostro progetto ben due pagine sul noto giornale Kleine Zeitung.

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Triesteabbandonata si è parlato anche su triesteprima.it, sul Gazzettino e tanti altri siti. Siamo stati anche ospiti di una trasmissione Rai3, Buongiorno regione, con un servizio che potete rivedere qui:
https://www.facebook.com/TgrRaiFVG/videos/1810267472571242/?hc_ref=PAGES_TIMELINE

La mostra continuerà al centro commerciale Montedoro fino al 12 febbraio.
Venerdì 10 febbraio alle 10.30 è previsto un incontro pubblico sul tema “Edifici abbandonati, quale futuro?” al quale interverranno rappresentanti delle pubbliche amministrazioni, architetti e studenti, aperto comunque a tutti. Benvenuti in particolare i giovani, che potranno presentare idee di riutilizzo dei beni dismessi. L’idea migliore sarà premiata con un tablet.

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Torna Triesteabbandonata in mostra

Seconda mostra per Triesteabbandonata, il progetto che da un anno e mezzo ha l’obiettivo di mappare principalmente a Trieste, ma anche in Friuli Venezia Giulia e fuori regione, beni abbandonati e dimenticati, riscoprendone la storia attraverso foto, documenti e video.

Dopo il successo della prima esposizione, la seconda aprirà i battenti al centro commerciale Montedoro, che ha sostenuto l’iniziativa nuovamente, con l’inaugurazione prevista il 20 gennaio alle 18, aperta a tutti.

Attraverso grandi pannelli fotografici si potranno scorrere le immagini di tanti siti caduti nell’oblio, caserme, fabbriche, magazzini, scuole, discoteche, alberghi e antiche dimore.

A curare l’iniziativa sono la fotografa Giada Genzo e i giornalisti Micol Brusaferro ed Emilio Ripari. Tra Facebook, gli altri social network e il blog dedicato, Triesteabbandonata conta su circa 10mila utenti che seguono costantemente il progetto.

Nella nuova esposizione una sezione sarà anche dedicata alla prima mostra, verranno quindi riproposti gli scatti già presentati a Montedoro l’anno scorso.

«Soprattutto su Trieste – spiegano Giada, Micol ed Emilio – abbiamo creato un archivio di beni abbandonati, pubblici e privati, come mai realizzato prima in città, per numero di immagini, ricerche storiche, filmati e documentazioni. Il nostro obiettivo principale è che questi edifici non continuino a restare nell’anonimato, spesso dismessi, chiusi, senza alcun controllo, ma che si possa pensare a un loro riutilizzo o almeno a una loro conservazione attenta. L’invito alla mostra per questo – sottolineano – è rivolto in particolare agli enti pubblici che, come abbiamo potuto verificare di persona, spesso purtroppo non hanno un archivio aggiornato soprattutto sulle condizioni nelle quali versano edifici di loro competenza».

Il secondo viaggio di Triesteabbandonata toccherà quindi tanti siti simbolo un tempo di attività produttive della regione, come l’inceneritore comunale. Si passerà anche attraverso luoghi di aggregazione come il bar Charlie, ridotto a un rudere, il circolo Pisoni, ormai semi distrutto, così come il Teatro Filodrammatico, e ancora ci sarà una tappa a Bibione, in un’enorme discoteca bruciata e lasciata al suo destino, e anche a Grado, tra alberghi chiusi e piscine dimenticate. Sarà documentata la distruzione che ha colpito l’ex campo di baseball e hockey di Prosecco e scorci di dimore storiche come Villa Frommel a Gorizia o Villa Haggiconsta a Trieste. Spazio ancora a hotel ormai rifugio per barboni, stazioni dei treni semi demolite, enormi caserme e altri luoghi un tempo occupati dai militari.

La mostra resterà allestita fino al 5 febbraio e sarà accompagnata anche da filmati che raccontano il progetto dagli esordi a oggi. Verranno inoltre organizzati alcuni incontri pubblici, ai quali saranno invitati architetti, tecnici e studenti, per discutere insieme sul futuro di alcuni siti in particolare.

L’esposizione si potrà visitare ogni giorno, fino al 5 febbraio, secondo gli orari del centro commerciale.

https://triesteabbandonata.wordpress.com

Ville abbandonate – prima puntata

Sono ville vecchie, abbandonate al loro destino, dimore spesso grandi, nascoste, ma che mostrano ancora i segni di un vissuto quotidiano ormai lontano, abitazioni appartenute a enti pubblici o privati e date in affitto a persone che poi, non si sa perché, sono state costrette a lasciarle. Ma ci sono anche edifici privati, aperti, violati e non tutelati, che qualcuno ha dimenticato senza cura e manutenzione da decenni.

Nei prossimi mesi vi porteremo alla scoperta di alcune ville in cui ci siamo imbattuti nelle nostre ricerche e nei nostri sopralluoghi. Molte, come quella che vi mostriamo oggi nelle foto, sono ancora piene di mobili e oggetti, e per tutelarle, almeno finché si può, non daremo mai indicazioni sul luogo preciso dove trovarle. Siamo consapevoli infatti che alcune persone interessate ai beni abbandonati non lo sono per nobili scopi…..Il nostro unico obiettivo invece, con il progetto Triesteabbandonata, è quello di denunciare lo stato di abbandono di determinati siti o di recuperarne la storia. E speriamo in tal senso di sensibilizzare prima o dopo qualcuno, documentando allo stesso tempo preziosi spaccati di una Trieste che non c’è più. Nel caso delle ville in particolare è affascinante vedere mobili, elettrodomestici e oggetti che appartengono ormai a tantissimi anni fa e che ci riportano indietro nel tempo. E che lì rimangono.

La villa che vediamo qui nelle foto è isolata, in mezzo al verde, abbandonata da almeno una decina d’anni, anche se le condizioni pessime che troviamo all’interno ci mostrano come la manutenzione sia carente anche da più tempo. Il tetto in una zona è puntellato, sostenuto da una trave di legno, a rischio crollo e già con parecchi buchi. Anche in altre stanze il soffitto è caduto, forse a causa di infiltrazioni, che hanno portato il legno a a marcire gradualmente. La dimora è grande, due piani con una vasta cantina, da alcune indicazioni pare fosse divisa in due alloggi.


Dentro restano mobili che possiamo datare tra gli anni ’50 e ’60, qualcuno più recente. La casa non era dotata di riscaldamento e troviamo ovunque vecchie stufe, doveva trattarsi di ambienti molto freddi, considerando anche pareti e tetto rattoppati in più punti.
Sembra appartenesse a un ente pubblico che l’aveva affittato a privati, forse un tempo lavoratori dello stesso ente, e sembra che l’ultimo inquilino fosse un uomo anziano e con difficoltà di movimento. In una stanza è rimasta anche una sedia a rotelle che avvalora le testimonianze che abbiamo raccolto.

Nei piani abitativi ci colpisce la cucina, ancora con la tovaglia di plastica fissata al tavolo, accanto stufe, l’angolo cottura, mobili scrostati e svuotati. Nella vicina stanza da letto nei cassetti troviamo le carte di giornale, che un tempo si usavano prima di riporre abiti e altre cose. Sono pagine che risalgono agli anni ’60. E ancora notiamo un vecchio frigo, un divano polveroso, armadi, reti e comò.

Ci spostiamo nella cantina, anche se il soffitto che cade sopra le nostre teste non è molto sicuro. Ci fermiamo poco. Qui c’è davvero di tutto, vecchie radio, televisori, tante bottiglie di diverse annate, quotidiani e riviste degli anni ’60 e ’70, le ruote di una vecchia carrozzina, un box per bambini, mobili, taniche, ancora stufe, gabbie di canarini, ceste e scatoloni. Chissà se prima o poi qui qualcuno passerà a riprendere almeno i ricordi del passato o finiranno sepolti tra i crolli che purtroppo qui paiono proprio inevitabili…

Tante altre foto e reportage sulla pagina Facebook: Triesteabbandonata

Fabbricato abbandonato nel Carso

Siamo sull’altipiano Carsico, a pochi chilometri da Trieste, in mezzo al verde, quando da un sentiero ecco apparire un comprensorio, enorme, fatto di vari fabbricati insieme, forse costruiti in epoche diverse. A un primo sguardo ci sembra un’ex fattoria, perché siamo in mezzo alla natura, è difficile distinguere qualche segno dell’originale funzione, molte stanze hanno il tetto crollato, in alcuni punti anche il pavimento non esiste più, ovunque assi di legno, calcinacci e tegole. Poi alcune scale che portano a un ballatoio, che forse dava su una sorta di cortile.

Ma dai suggerimenti di alcuni dei nostri utenti che ci seguono su Facebook, possiamo dire che probabilmente questo sito era un ex laboratorio per il marmo o comunque per altre pietre, perché ci troviamo non lontano da alcune e cave e perché diversi ambienti, a un esame più approfondito, ricordano quelli di un’officina. Pensandoci bene forse poteva essere entrambe le cose, magari un fabbricato a uso abitativo e rurale e poi un’altra parte destinata invece all’attività lavorativa vera e propria.

Dentro comunque troviamo pochi, pochissimi oggetti che parlano del passato. Un angolo cottura, anzi soltanto la cappa, lo scheletro di un divano, la porta di un frigorifero e poi una sorta di forno, con una grande porta in ferro, sotto cavi e tubature. Ed è proprio qui che notiamo una data, 4 aprile 1962, che si riferisca alla costruzione del complesso? Non lo sappiamo.

Alcune parti del fabbricato sono più danneggiate di altre, che in ogni caso sono ridotte in pessime condizioni. Tutto pare abbandonato da decenni al suo destino, senza recinzioni, senza cartelli, senza nessuna indicazione. Nel verde spunta un carrello e ancora in una stanza notiamo alcuni supporti di ferro, forse servivano proprio per bloccare le lastre di pietra da tagliare, ma anche in questo caso restiamo nel campo delle ipotesi. E all’estero impilate troviamo pure lastre di pietra tutte uguali, forse arrivavano proprio dalla cava della zona, ce n’è una abbandonata, non lontano.

Continuiamo a girare attorno ai muri perimetrali, entrando dove possibile, e si scorge ancora qualche segno della vita di un tempo, seppur minimo, come una scala, una balaustra arrugginita, caduta e semi piegata, qualche pneumatico, rifiuti domestici e abbigliamento dismesso.


E quando stiamo per andarcene ecco stagliarsi nell’erba al carcassa di un’automobile, davanti alla facciata dell’edificio. Sembra sia stata compressa. forse data anche alle fiamme, impossibile distinguere il modello. Chissà poi perché è stata ridotta in questo stato.

Lasciamo questo luogo dimenticato da tutti, consapevoli che ancora una volta un altro sito produttivo non è stato riutilizzato ma semplicemente chiuso e abbandonato. E stando alle condizioni generali, forse basterà qualche anno perché tutto si riduca solo a un grande cumulo di macerie…

Tante altre foto sulla nostra pagina ufficiale Facebook: Triesteabbandonata in tour

Ex teleferica Italcementi

Per decenni i triestini sono stati abituati a vedere sopra le loro teste, in diverse zone della città, i carrellini della teleferica Italcementi, che funzionavano senza sosta dalla cava allo stabilimento, una struttura che da due anni non esiste più e che in parte ora giace abbandonata.
Ma facciamo un passo indietro.
Risale al 1938 un primo progetto Italcementi per realizzare una cementeria a Trieste, progetto ripreso nel dopoguerra. La prima pietra viene posata il 21 gennaio 1951. Il calcare proviene dalla cava S. Giuseppe collegata alla cementeria con una teleferica. Tra le date da ricordare l’anno 1959, quando viene completata la realizzazione del pontile di 200 metri con gru e inizia l’esportazione del cemento via mare: 5 navi per complessive 13mila tonnellate in sacchi destinati al Vietnam e all’Africa.
La teleferica sarà smantellata nel 2014.

Nel 2005 l’impianto triestino balza sulle cronache nazionali per cinque carrelli sganciati nel percorso che va dallo stabilimento alla cava e precipitati al suolo, quattro in alcuni campi sottostanti e uno su un piccolo ponte. L’incidente non causa danni o feriti.

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Lentamente intanto lo stabilimento cambia e nel 2014 è il quotidiano Il Piccolo ad annunciare lo smantellamento della tratta.
“E’ stata smantellata la teleferica dell’Italcementi: un altro pezzo dell’economia triestina è così stato fatto a pezzi – si legge – ecco come sono finiti i famosi “vagoneti” che per più di 40 anni sono passati sopra le teste dei triestini da via Caboto, attraverso via Flavia e via di Vittorio per arrivare fino a San Giuseppe. Con l’accordo nazionale siglato dalle organizzazioni sindacali nel gennaio scorso, lo stabilimento triestino dell’Italcementi ha rinunciato a tutta l’area produttiva ed è stato sostanzialmente ridimensionato a centro di distribuzione, pur mantenendo anche un minimo di attività di macinazione. Sono rimasti a lavorare soltanto i 21 dipendenti previsti dall’organico futuro e i 44 in esubero sono entrati definitivamente in cassa che già a fine anno potrebbe trasformarsi in mobilità. La prima pietra della fabbrica triestina di Italcementi era stata posata il 21 gennaio 1951 e il forno, ora dismesso, era entrato in esercizio il 28 luglio 1954”.

Ora la parte a monte, quella accanto alla cava, da dove partiva il materiale, è completamente abbandonata, dentro ancora i segni degli operai, qualcuno ha dimenticato un casco e un giubbotto, poi enormi macchinari ormai arrugginiti e fermi, in un silenzio irreale. Come quello che si respira all’inizio dell’antro da dove uscivano i vagoni e dove veniva estratto il calcare. Tante le pulsantiere ormai polverose, gli interruttori bloccati, gli ingranaggi fermi, i contatori chiusi. Lo stabilimento ormai è un insieme di strumentazioni e calcinacci che si erge sulla città, con una meravigliosa vista sul golfo, in mezzo al verde.

Nel 2015, in una notte di agosto, su incarico del proprietario Ezit, una squadra si occupa prima a lavorare con la fiamma, poi ad abbassare, successivamente a spostare nell’adiacente area-cantiere il ponte che scavalca via Flavia, una struttura molto conosciuta perché l’arteria sottostante è molto trafficata e sopra in tanti notavano ogni giorno il passaggio dei vagonetti della teleferica verso via Caboto. Lungo una trentina di metri, pesante 26 tonnellate a base di ferro (soprattutto) e legno, costruito nel 1952, il manufatto viene smontato, con il supporto di una gru, e fatto a pezzi: il ferro così ricavato diventerà materiale riciclabile a uso industriale. Viene eliminato così anche l’ultimo singolo della storica teleferica.

Tamte altre foto sulla pgina Facebook ufficiale: Triesteabbandonata in tour

Villa Hecht

In mezzo a condomini e case storiche nella zona di via Ginnastica a Trieste, si trova Villa Hecht, ex sede delle scuole superiori Max Fabiani e Galilei, da tempo dismessa, è di proprietà della Provincia che si prepara a cederla a privati con una formula annunciata qualche mese fa. (qui l’articolo http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/02/08/news/villa-hecht-diventa-merce-di-scambio-1.12924699).

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La dimora ha 1400 metri quadrati e 3300 di parco. Dal 2001 viene messa all’asta quattro volte, prima con una base di due milioni di euro, senza successo. Un nuovo tentativo viene effettuato a 1,8 milioni, ma il ribasso non attira comunque nessun potenziale acquirente. Si prova a piazzarla anche successivamente, per due volte, scendendo ulteriormente fino a un milione e mezzo di euro circa. Niente. La stima attuale è di un milione di euro.

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Era la residenza del console di Svizzera, prima di diventare una scuola nel 1954 dopo l’acquisizione da parte del Demanio e la cessione poi alla Provincia. È stata prima la sede di un istituto femminile negli anni ’60, poi del Max Fabiani e infine la succursale del Galilei. Del liceo scientifico resta ormai solo la targa, intatta, collocata accanto al grande cancello che consentiva l’ingresso al comprensorio.

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L’immobile si trova alla fine di una stradina molto stretta. La villa è circondata da un giardino incolto, con alberi secolari e un groviglio di rami, piante e cespugli diventato sempre più fitto negli ultimi anni. Tutto attorno un muro, con tanto di filo spinato, chiude la proprietà, che confina con altre case storiche. La condizioni attuali, valutabili solo dall’esterno, non sono ottimali, considerando lo stato di abbandono prolungato. Si notano chiaramente molte finestre aperte, con infissi rovinati e vetri rotti. L’intonaco è crollato al suolo in più punti, e dentro, anche se è stata svuotata, è probabile che la scuola sia stata visitata come spesso accade dai vandali. Peccato per questa dimora splendida, che rappresenta, come altre ville dell’ 800 e ‘900, un pezzo di storia della città.

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Ex polveriera Montebello – Trieste

Un luogo dimenticato da decenni, dove la vegetazione è cresciuta, divorando i fabbricati presenti, dove sentieri e stradine poco alla volta si sono quasi cancellate, e dove molti muri in mattoni sono crollati.

Siamo su un colle a Trieste, c’è una  vista splendida che spazia sulla città e tanto verde, che nasconde quelli che un tempo erano vecchi depositi di munizioni, ormai in disuso. Si tratta dell’ ex polveriera di Montebello, ceduta parecchi anni dal Demanio al Comune di Trieste e rimasta così. La recinzione divelta in più punti fa sì che ci si trovi direttamente nel perimetro, un tempo sorvegliato, da un sentierino in mezzo a rovi e sterpaglie. Nei primi anni 2000 si ipotizzò di creare qui un nuovo canile e il primo cimitero per animali della città. Progetti mai decollati.

I depositi sono in realtà spazi con ampie coperture in lamiera, alcune conservano ancora l’ingresso e il retro, protetti un tempo con mattoni e cemento, quasi ovunque crollati. Ci imbattiamo anche in un enorme groviglio di filo spinato e in una struttura che pare un container vuoto, protetto da un muro. L’unico edificio esistente è nella parte bassa della vastissa area, è chiuso, blindato. Poco distante anche a una torretta, questo sito infatti fino a qualche anno fa veniva costantemente sorvegliato. Da qualche anno è in atto una convenzione tra il Comune di Trieste e l’associazione Nord Est 4×4, che utilizza l’area per i percorsi dei fuoristrada e che effettua anche interventi di manutenzione. Sono loro a precisare che la pulizia, anche del verde, avviene costantemente, il nostro sopralluogo risale a un momento dell’estate a cui è seguito un puntuale intervento di risistemazione.

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Il degrado…di Grado

Qualche mese fa ci siamo recati a Grado, località turistica molto amata in Friuli Venezia Giulia, ma non esente da edifici abbandonati e in stato di degrado.
Il primo in cui ci siamo imbattuti è un ex hotel, e più precisamente l’ex albergo Uliana, piccola struttura ricettiva che un tempo aveva anche il bar aperto al pubblico e uno spazio all’aperto. Chiuso ormai da diversi anni, divorato dal verde e con parecchie finestre rotte, era balzato agli onori delle cronache negli anni ’80 perché qui vi aveva soggiornato Vallanzasca, prima della cattura, ovviamente utilizzando documenti falsi.

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Spostandoci in altre zone abbiamo trovato diversi locali dismessi e lasciati a loro destino, qui sotto vedete una cucina di un luogo da parecchio tempo abbandonato, tutto attorno rifiuti, escrementi di topo, avanzi di cibo e alcune zone completamente allagate.

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Abbiamo notato poi un chiosco, che faceva parte di un’area piuttosto amata dai turisti e molto frequentata, chiusa da una decina di anni. Resta solo qualche cartello a ricordare l’attività di bar, sedie rotte, tutto rovinato, da vandali e da agenti atmosferici.

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Infine uscendo dal centro abitato abbiamo trovato un ex ristorante pizzeria, un edificio a due piani anche questo chiuso da una decina di anni. Mancano intere pareti finestrate sulla facciata principale. Sbirciando da una finestra è ancora possibile vedere il forno, dove venivano cotte le pizze.

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La “casa degli gnomi” – Trieste

Un’abitazione privata, ormai da tempo violata, meta di vandali e di bivacchi improvvisati, come si nota dalla quantità di bottiglie e altri rifiuti presenti all’interno. Ci troviamo sull’altipiano carsico, a Trieste.

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L’abbiamo soprannominata “casa degli gnomi” questa piccolissima casetta, nascosta nel verde a pochi passi dal Sincrotrone, a Basovizza. Porte e finestre rotte, uno squarcio sul muro dal quale si nota una minuscola zona giorno, un bagno e una botola che porta al piano di sopra. Si trova da parecchi anni in queste condizioni, sembra davvero una casa delle fiabe..

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Dentro immondizie di vario tipo e segni che persone si sono introdotte a più riprese. Alcune scritte sui muri interni sono datate 2013 e 2014, segno che almeno da un paio d’anni non c’è nessun controllo, ma è già da prima che versa in condizioni di degrado. Da una finestra aperta si nota un angolo cottura – caminetto, una piccola botola che si apre sul pavimento, forse usata come deposito, e una che si apre sul soffitto, che conduceva al piano di sopra probabilmente attraverso una scala che non c’è più. L’immobile è immerso in una fitta boscaglia, ma si trova solo a pochi metri da stradine e sentieri molto frequentati da chi ama passeggiare, correre, andare in bici o portare a spasso il cane.

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Potrebbe essere ancora recuperabile, se i proprietari riuscissero almeno a chiuderla, a sbarrare finestre e porte che tuttora sono aperte, per poi risistemarla. Pur essendo piccola piccola, conserva un fascino del tutto particolare.

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Ex circolo Pisoni – Trieste

Dalle sedie e da un banco, nei primi metri dopo aver varcato la soglia, potrebbe sembrare una scuola abbandonata, da uno sguardo più ampio verso il fondo, potrebbe venire in mente un teatrino dismesso, invece si tratta di un circolo, e precisamente l’ex circolo di cultura popolare Zeffirino Pisoni di via Orsenigo a Trieste, ridotto a un rudere. L’edificio si trova in una via molto stretta, accanto a una zona boschiva, che si raggiunge attraverso una strada piuttosto impervia. Su suggerimento di un cittadino abbiamo fatto tappa nei giorni scorsi nel fabbricato che dista solo pochi metri da via Baiardi.

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L’ultima notizia online si riferisce ai fiori deposti dal Comune di Trieste nel 2012, nel corso di una cerimonia commemorativa. Fiori che tuttora sono visibili sulla targa esposta accanto a quel che resta dell’ingresso, ormai distrutto.
Dentro rimane lo scheletro di un palco e sale attigue piene di rifiuti. Un cittadino racconta come lo spazio fosse stato occupato nel 1992 e utilizzato come centro sociale improvvisato, con l’intervento della polizia a sgomberare il fabbricato, poi le notizie si perdono, pochi gli aggiornamenti recenti. All’interno non esiste alcun documento o segno dell’ultima attività svolta, solo alcuni fogli rovinati, annunciano uno sciopero, ma non vi è alcuna data scritta.

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La porta del fabbricato non solo è rotta, non esiste più, al suo posto un enorme buco sul muro, che ha permesso nel tempo numerosi bivacchi e l’introduzione di immondizie di ogni tipo. Dall’apertura si accede direttamente alla sala principale, con il palco e tante sedie e tavoli rovinati, sparpagliati qua e là. Su uno è rimasto un mazzo di carte, pare una partita lasciata improvvisamente in sospeso, nel corridoio invece spunta un enorme cartello con la scritta “pronto soccorso”, cosa servisse in un circolo culturale è un mistero.

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Accanto un’altra stanza con grandi finestre, dove probabilmente si preparavano cibo e bevande, rimane un frigorifero pieno di muffa e ragnatele, decine e decine di bottiglie vuote, servizi di piatti e resti di detersivi e altri prodotti. A terra ulteriori fogli che è difficile datare e più avanti, in un altro stanzino, una pila di vecchi materassi uno sopra l’altro, insieme a immondizie e infissi caduti.

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Anche una porzione del soffitto della sala principale è crollata, portando già le ultime lampade rimaste. Uno scempio inspiegabile, per un edificio che comunque si trova inserito in mezzo a diverse case. Cos’è successo a questo pezzo di storia cittadina?

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